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Da brividi

Sesso, l'ultima terrificante perversione: fare sesso con i malati di Aids per ammalarsi

9 Settembre 2018

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Sesso, l'ultima terrificante perversione: fare sesso con i malati di Aids per ammalarsi

Imprigionati in un mondo virtuale dal quale non riusciamo a venire fuori, inchiodati ai display dei nostri smartphone, alle prese con il continuo srotolamento delle bacheche dei social network, ogni istante piene di aggiornamenti eppure perennemente piatte, afflitti dalla disoccupazione e dalla mancanza di stimoli in una società che ce ne offre fin troppi, combattere la noia è diventata un’emergenza, una questione di vita o di morte. Se non la vinci tu, ti annienta lei.

Ed ecco che nel tentativo di scatenare esplosioni di adrenalina, al fine di sentirsi esistere, si gioca anche con la salute, la propria e quella degli altri. Praticare parapendio, lanciarsi con il paracadute, fare un giro sulle montagne russe non bastano più quando non ci emoziona oramai neanche un bacio. Si sta diffondendo sempre di più anche in Italia il fenomeno, nato negli Stati Uniti negli anni ’90, del bugchasing, una sorta di roulette russa del sesso. Tale pratica consiste nell’avere rapporti sessuali senza precauzioni con persone sieropositive, le quali accettano di trasmettere il virus dell’Hiv a coloro che desiderano essere infettati e ne fanno esplicita richiesta.

A confermare il dato è la psicologa e psicoterapeuta Mio Lì Chiung, direttrice dello studio di psicologia Salem di Milano, la quale ha in cura alcuni pazienti sieropositivi, che si rivolgono a lei per ricevere sostegno nella dolorosa fase di accettazione di una malattia che non si sono andati a cercare e che gli ha sconvolto l’esistenza. «Oggi in numerosi siti di dating tra le informazioni richieste al momento dell’iscrizione e funzionali all’individuazione di partner compatibili, è prevista la possibilità di indicare l’eventuale contrazione del virus Hiv», ci spiega Chiung, specificando che per molti sieropositivi costituisce una sorta di sollievo il fare conoscere da subito ai potenziali pretendenti il proprio stato di salute, dal momento che si è portati spesso a vivere questa condizione come un deterrente, o peggio, uno stigma sociale.

INCONTRI IN CHAT
Per molti avventori sani di queste chat di incontri, tuttavia, la sieropositività rappresenta un valore aggiunto, che ricercano intenzionalmente con l’obiettivo di fare sesso e con la speranza di contrarre a loro volta il virus. Ecco perché molti pazienti della psicoterapeuta che dichiarano di essere sieropositivi nella descrizione personale online vengono contattati di frequente da aspiranti malati. «I miei pazienti rifiutano categoricamente di diventare untori di un agente patogeno con il quale stanno ancora facendo i conti. Oggi le terapie antivirali sono efficaci e garantiscono una lunga aspettativa di vita, tuttavia scoprire di essere affetti da tale virus costituisce un trauma», puntualizza la psicoterapeuta.

Ma da cosa nasce questo malsano desiderio di infettarsi? «Tale prassi è diffusa soprattutto all’interno della comunità gay. Nella società attuale l’omosessualità è accettata. Il fatto di diventare sieropositivo fa rientrare la persona omosessuale in una categoria più esclusiva», spiega Chiung. Insomma, l’Hiv per molti è un segno di riconoscimento: si entra a fare parte di una specie di club. Ma non è tutto. Secondo Chiung, alcuni soggetti anelano al contagio per esorcizzare l’ansia di ammalarsi. Come dire «prendo ora il virus e mi tolgo il pensiero».

Dalle testimonianze dei pazienti della psicologa emerge un quadro agghiacciante. La promiscuità nelle relazioni è la regola: incontri tra sconosciuti organizzati nei locali o in case private, orge tra omosessuali ed etero, non di rado uso di droghe, che annullano i freni inibitori, favorendo l’adozione di comportamenti sessuali ad alto rischio, il tutto condito dal mancato uso del preservativo, considerato una protezione inutile, una barriera, un ostacolo e non un elemento salvifico.

PROFILO DELL’UNTORE
«Chi lo fa è alla ricerca del brivido che deriva dal fare sesso e non sapere cosa potrà capitare», osserva Chiung. «Chi si rende conto di essere sieropositivo si sente di solito in dovere di comunicarlo, questa responsabilizzazione la riscontro nei miei pazienti, contagiati a loro insaputa, i quali faticano ad accettare tale realtà. Eppure c’è anche chi lo nasconde persino al partner, o addirittura chi infligge lo stesso dolore a soggetti inconsapevoli», continua la psicologa, che ci traccia un profilo dell’untore: un individuo dalla personalità disturbata, che riversa la sua rabbia sugli altri, egli tenta di alleviare la sua frustrazione punendo tutti.

Diversa è l’emotività di colui che aspira alla sieropositività. «Si tratta di persone contraddistinte da immaturità affettiva ed incapacità di autodefinirsi, tanto da avere bisogno di contrarre un virus per darsi un’etichetta», illustra Chiung, sottolineando che in certi casi la ricerca del contagio è un mero gioco. Non manca chi lo fa come atto di autolesionismo, al pari di tagliarsi le carni o suicidarsi.

«Dietro questa aspirazione c’è un malessere emotivo profondo da affrontare. È bene chiedere aiuto», conclude la psicologa.

di Azzurra Noemi Barbuto

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