Il generale di brigata aerea Roberto Vittori è uno dei più importanti astronauti europei. Ha partecipato a tre missioni nello spazio e ha conseguito la qualifica di “Combat ready” come pilota dei Tornado dell'Aeronautica militare, dopo aver ottenuto il brevetto di volo negli Stati Uniti.
Generale Vittori, ha avuto modo di dare una occhiata al secondo pacchetto di X-Files desegretati dal Pentagono?
«Sì, ho letto qualcosa, ma per pura curiosità».
E che idea si è fatto?
«La cosa interessante non è tanto il singolo dossier, ma l’osservazione complessiva di tutti questi casi. Voglio specificare che la mia è una osservazione preliminare, non traggo conclusioni».
Quindi?
«Sembra esserci un arco temporale caratteristico di circa 10 anni rispetto ai casi più interessanti. Quelli, cioè, più difficili da archiviare come semplici errori, racconti fantasiosi o eventi meteorologici perché segnalati da professionisti come piloti e tecnici radar, ad esempio».
Per essere più precisi?
«Partiamo dal caso del 1976 in Iran che vede protagonista un pilota militare. Poi, nel 1986, quindi circa 10 anni dopo, e più o meno nello stesso periodo dell’anno, si registra un’altra osservazione anomala stavolta da parte di un pilota commerciale. Non voglio arrivare a una conclusione definitiva, ma la coincidenza è rilevante, a mio avviso. E ancora, nel 2004, l’avvistamento arriva da una portaerei americana. Nel 2014, poi, c’è un altro episodio legato a una missione e a un contesto operativo, anche qui con sistemi radio, piloti e personale qualificato che descrivono fenomeni di difficile interpretazione».
E questo che cosa potrebbe significare?
«Le faccio un esempio: se noi terrestri vogliamo andare su Marte, dobbiamo farlo all’interno di finestre temporali precise, quando la Terra e Marte sono relativamente vicine, quindi ogni due anni circa. Ora ipotizziamo che esista una forma vivente intelligente da qualche parte nell’universo. Non sarebbe assurdo pensare che anche quella civiltà possa avere vincoli fisici simili ai nostri per viaggiare nello spazio e per raggiungere il nostro pianeta. Lo dico sempre con prudenza: non sto dicendo che sia così, né che questa sia la spiegazione definitiva. Però, la serialità dei 10 anni suscita interesse».
Quindi lei crede all’esistenza degli extraterrestri?
«Da fisico, ritengo altamente improbabile, se non impossibile, che l’uomo sia l’unica specie intelligente nell’universo. La domanda è: perché fino a oggi non abbiamo mai incontrato altre forme di vita intelligente? Una possibile risposta è che non necessariamente ogni altra specie debba avere un cervello tridimensionale come il nostro. Noi viviamo e ragioniamo dentro un mondo tridimensionale, ma l’universo non è limitato alle tre dimensioni che conosciamo. L’interazione con altre forme di realtà potrebbe quindi non avvenire secondo il nostro modo terrestre di percepire e agire nel mondo».
Quindi niente navicelle e omini verdi?
«Penso sia davvero improbabile una cosa del genere. Peraltro, leggendo questi dossier, si nota anche un altro passaggio: a un certo punto gli americani passano dal termine Ufo al termine Uap. Non parlano più soltanto di “oggetti volanti”, ma di “fenomeni aerei non identificati”. Il che va nella direzione del ragionamento fatto prima. Non necessariamente parliamo di oggetti simili a quelli che immaginiamo noi. Sarebbe ingenuo aspettarsi astronavi con la forma classica dei dischi volanti. Ragionevolmente non funziona così. Dobbiamo aspettarci fenomeni, modi di manifestarsi, non per forza oggetti materiali nel senso comune del termine».
E questi fenomeni già si sono manifestati?
«Da questi dossier si capisce di sì. Non significa affermare che esistano gli alieni disegnati dalla cultura popolare. Significa dire che fenomeni non spiegati, documentati e registrati esistono davvero. Non siamo davanti alla persona che vede un pallone stratosferico e lo scambia per qualcos’altro. Qui parliamo di personale in servizio su una portaerei, di piloti professionisti e di osservazioni collettive, confermate in modo coerente da più soggetti».
E lei ha mai avuto la percezione, quando si è trovato nello spazio, che non siamo soli?
«Quanto alla mia esperienza personale, devo essere molto chiaro. Ho volato in tre missioni, nel 2002, nel 2005 e nel 2011, e in nessun momento, per nessun motivo, ho avuto sensazioni, percezioni o elementi di questo tipo».