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Giorgio Armani: "Melania Trump? La vesto io"

15 Gennaio 2017

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Giorgio Armani: "Melania Trump? La vesto io"

I grandi sono grandi. Sempre. Soprattutto quando sanno come muoversi in questo clima di guerra fredda. Armani ancora una volta dimostra di stare un passo avanti: come stilista (ieri è andata in passerella la sua collezione Emporio) e come uomo che sa come va il mondo. Lontano da chi butta tutto in politica, re Giorgio per nulla imbarazzato afferma: «Melania Trump è una bella donna, io faccio vestiti e cerco di vestire bene le donne. Se mi chiedesse di farle un abito non avrei alcun problema». Non ha paura di vestire la firt lady della Casa Bianca. Anzi. Ironizza divertito sul presidente degli Stati Uniti: «Mi sembra migliorato negli ultimi tempi, è un po' meno ciuffone; e ha un modo di porgersi meno enfatizzato, più discreto». Dunque, «mi auguro che i detrattori di Trump si possano ravvedere su ciò che farà, se farà delle belle cose avranno sbagliato, altrimenti avranno avuto ragione».

Poi Armani dà una delle sue lezioni di stile («gli abiti degli uomini devono durare a lungo, non è che si possono cambiare ogni sei mesi») per raccontare la nuova collezione Emporio, volutamente senza titolo. Mostra delle piccole variazioni, la novità sta tutta nel pantalone: «Oggi per strada li vediamo tutti stretti a sigaretta che fanno fico ma sono anche un po' banali. Io rilancio per il prossimo inverno il pantalone del nonno, da portare con le mani in tasca e con la giacca leggermente più corte, a doppio petto con otto bottoni. E magari chiusa con uno zaino che copre davanti e dietro, piatto e rivestito di pelliccia».
L' uomo Emporio sportivo di giorno con cardigan pesanti, camicie alla coreana, pettorina e giacconi piumini color ghiaccio, di sera indossa lo smoking di velluto oppure jacquard. Nel vestire ci vuole buon gusto e «senso della misura», conclude Armani che ha chiuso il 2016 con un -5% di fatturato: «E' stato un anno complicato. Ma in banca abbiamo tanti soldi!».

Anche Dolce e Gabbana hanno sfilato ieri e anche loro ancor prima di Armani sono stati chiamati in causa sulla coppia presidenziale messa sotto processo, rispondendo per le rime. Criticati duramente, per non aver preso le distanze da Melania Trump dopo la sua uscita in abito D&G, gli stilisti si sono difesi alla grande: «Di fan ignoranti non sappiamo che farcene».
Soprattutto se sono quelli che sui social danno sfogo ai loro turbamenti interiori mettendo bocca su tutto. Ed eccoli (tutti o quasi, di sicuro i più famosi) i protagonisti della Rete (i Millenials), ragazzi nati tra gli anni '80 e i 2000 sulla passerella di Dolce&Gabbana. Neanche a farlo apposta. Gli stilisti li hanno voluti fortemente, chiamandoli «i nuovi principi», al posto dei modelli veri tra abiti dorati, corone, arabeschi e broccati sontuosi con un capobanda di nome Austin Mahone. La pop star americana, classe 1996 e viso da bambino si è esibito in uno show. Insomma proprio loro, quelli che usano in modo maniacale Facebook, Instagram, Youtube e che vengono descritti come superficiali, hanno sfilato rimbalzando sul web più degli abiti della collezione.

Mentre Diesel Black Gold ha portato in passerella dei «guerrieri ninja postindustriali», forme strutturate e dettagli rock glam tipici dello stile del marchio. Il direttore creativo Andreas Melbostad reinventa forme e proporzioni mixando accenti urban chic grintosi con dettagli e linee di chiara ispirazione orientale, per look in total black o bicolor dal carattere molto deciso.Un' alternanza tra forme over e avvolgenti, con gli scolli di parka e giubbotti tagliati come fossero kimono. I pantaloni si fermano sopra la caviglia per restringersi sulla gamba grazie alle pinces oppure sono enormi e stretti in vita dalle cinture di corda allacciate a cappio. Sopra i pullover da sci anni '70 sono robusti e bene imbottiti.

Christian Pellizzari invece fa un salto negli anni Trenta ad Hollywood tra le star delle sontuose ville di Beverly Hills. William Haines e Dorothy Draper tra i maggiori interpreti dello stile, ricreano un nuovo ideale di bellezza, rubando gli elementi più eccessivi del barocco italiano ed europeo e ricolorandolo con toni sgargianti e kitsch. Questo stile massimalista prende il nome di Hollywood Regency: sfilano animalier, satin, luccichii. I preziosi broccati tapestry vengono re-mixati in modo contemporaneo.

Ogni elemento gioca con tessuti classici del guardaroba tradizionale e sartoriale maschile e con nostalgiche stampe di paesaggi hawaiani.

Ma ad aprire la settimana della moda maschile a Milano è stato Ermenegildo Zegna con Alessandro Sartori al debutto come direttore artistico. Che sposa subito la rivoluzione del «see now, buy now». In passerella 18 look per il prossimo inverno che verranno realizzati su misura in atelier (nelle nove boutique del marchio: da Milano a Parigi, da New York a Tokio) e consegnati in sei settimane. «Così si salvano la creatività e il sogno», dice Sartori.
Ma dalla collezione spariscono camicie e cravatta, sostituite da maglie o dolcevita accostate al corpo, ma dal collo voluminoso.

di Daniela Mastromattei 

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Commenti all'articolo

  • cartonito

    20 Gennaio 2017 - 19:07

    le tre scoreggette del volo e il comunista di Bocelli non sanno che cosa si sono persi stasera ,loro si sono fatti consigliare da dei dementi e hanno perso una grandissima occasione ora se fossero coerenti non dovrebbero andare più in America dato che comanda Trump.

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  • cartonito

    20 Gennaio 2017 - 19:07

    le tre scoreggette del volo e il comunista di Bocelli non sanno che cosa si sono persi stasera ,loro si sono fatti consigliare da dei dementi e hanno perso una grandissima occasione ora se fossero coerenti non dovrebbero andare più in America dato che comanda Trump.

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  • lucyrrus

    16 Gennaio 2017 - 06:06

    A me hanno sempre insegnato che i clienti sono divisi soltanto in due categorie : quelli che pagano e quelli che non pagano. Indipendentemente da come votano.

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