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Italo Bocchino al capolinea, il ritratto: dall'ascesa, ai salotti, alle belle donne e fino al capolinea-Consip

7 Marzo 2017

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Italo Bocchino

In questi giorni Italo Bocchino è molto citato. Ma nel modo più scalcagnato e ingiusto che esista: cioè lo si fa parlare attraverso le sue intercettazioni. Servono a inchiodare lui e il prossimo, e non è dato sentire la di lui interpretazione. Dunque ne prescindo. Resta una certezza: lui sta in mezzo a queste vicende di Consip e di appalti per la pulizia e la manutenzione di edifici dello Stato, tra cui Montecitorio, Palazzo Chigi, il Quirinale. Ci sta in mezzo nel senso geopolitico del termine. È l’incrocio tra il suo datore di lavoro (l’avvocato Alfredo Romeo, imprenditore ora in carcere preventivo) e la politica, a livelli alti e bassi, ideologi e manutengoli. Com’è finito lì? Una volta non si occupava della pulizia dei Palazzi del potere, ma delle sedie, e non per spolverarle ma per sedervici. Poi è passato a facilitare appalti il cui oggetto era la cura delle tavolette del water, e non chi ci si sarebbe seduto.

Parto subito da un dato personale, onde consentire di fare la tara. Non ho mai condiviso le sue idee, ma è stato un collega parlamentare simpatico, anche quando ha urlato contro di me in aula, perché mi dichiarai favorevole a nome del Pdl agli accordi con Gheddafi e la Libia, e lui mi rimproverò di essere un cristiano per finta. A quei tempi con Fini aveva spezzato il Popolo della libertà, e la sinistra lo osannava. Era stato lui l’uomo di mano di Gianfranco. Pare ci fosse anche una ragione di rivalità personale con Silvio Berlusconi: entrambi con l’ambizione di essere i maschi alfa della compagnia, con rivalità conseguenti, assai più importanti nella vita che le fratture sulla interpretazione autentica della crisi della Lehmann Brothers e dello spread.

Quella che ora narreremo è la storia di un Bel-Ami napoletano, assomigliante assai alla creatura del romanzo di Guy de Maupassant, Georges Duroy, che, recitano i bigini dell’esame di letteratura francese, era «un uomo ambizioso e seduttore, che da povero militare in congedo e modesto impiegato diventa uno degli uomini di maggiore successo nella società parigina, grazie al giornalismo e alla sua capacità di manipolare donne potenti e intelligenti». Georges Duroy passa molti guai ma alla fine resta in carriera, vedremo se sarà lo stesso per il Bel Ami di noialtri. Di certo per il resto è tale e quale.

Cominciamo da un episodio mitologico. È la primavera del 1994. L’alleanza tra Berlusconi, Bossi e Fini è vittoriosa. Un uomo è stato la colla parlamentare fra i tre mondi: Pinuccio Tatarella. Una figura grande della destra, alieno da camicia nera e retorica, eppure amato anche dai fascistoni, parlandone con il dovuto rispetto. È felice. È sera tardi. Compra un cabaret di paste e va a suonare alla porta del giovane amico e collaboratore. Suona alla porta di Palazzo Taverna, una residenza favolosa vicino a Piazza Navona. Gli appare Bocchino, è in giacca da camera (non dei deputati, ma dei parvenu). Gli cade il cabaret dallo stupore.

In effetti Bocchino aveva fatto il gran salto. Da uomo del popolo a gran signore. Era nato nel casertano nel 1967. Figlio di un impiegato delle poste si era spostato con la famiglia in Umbria. Lì militò nella destra universitaria di Perugia, discepolo di una figura storica degli anni ’70 e ’80: Luciano Laffranco, uomo colto, attivo nell’ateneo, un maestro. Era il padre spirituale e ideologico di quelli che divennero i colonnelli di Fini.

Italo, con questa infarinatura di livello, rientrò in Campania, per seguire la madre malata, e lì fu scoperto da Tatarella, o viceversa. Di fatto lui diventò la sua mano più che la sua testa. Un po’ quello che a Napoli si chiama lo spicciafaccende. Come Evangelisti per Andreotti.

Tatarella era uno che appena si metteva un vestito stirato sembrava lo avesse portato via a qualcuno travolto da un camion. Bocchino era il contrario, gli evitava la coda alle poste, fissava l’appuntamento dal barbiere, se c’era da sistemare un soppalco provvedeva. Un grande organizzatore. Eccellente nei rapporti col mondo, ma - va detto - persino di buone letture.

Bocchino fece un altro incontro decisivo per la sua vita e la sua formazione. Quello con una grande donna: Gabriella Buontempo, virgulto di una famiglia ricca, potente e bene introdotta. Il padre di Gabriella, Eugenio, era un costruttore il cui riferimento politico era il ministro Claudio Signorile, della sinistra socialista, avversario di Craxi. Gabriella era anche nipote di Rossella Buontempo, il cui salotto a Capri era il luogo di una specie di «grande bellezza» del Golfo. Qui Italo bevve cultura, stile, relazioni.

Cade Craxi, cade Signorile. Eugenio Buontempo punta sul nuovo. Ce l’ha in casa: il genero, Bocchino. Il quale si trasferisce appunto a Palazzo Taverna con Gabriella. Il salto è compiuto. Cadono le paste a Tatarella. Che lo vuole ancora più vicino. Insieme gestiscono il quotidiano Roma di Napoli. Lui nel frattempo è diventato cronista del Secolo d’Italia. Nessuno lo salutava. Poi dopo l’approdo con Tatarella a Palazzo Chigi (Pinuccio, il suo capo, era il vice di Berlusconi) tutti a omaggiarlo, una goduria. Nel 1996 divenne deputato a 28 anni, grazie, non solo ma anche, al finanziamento del suocero nel collegio difficilissimo di Gomorra: Casal di Principe.

Alla morte del suo mentore Tatarella, febbraio 1998, Bocchino forse si montò la testa. Pretese di sostituirlo senza averne il carisma. Editore, politico. Incassò due milioni e rotti (non un reato) per il quotidiano Roma, parte della mediazione per l’affare Telekom Serbia. Fu rieletto per altre tre volte. Era molto vicino a La Russa e Gasparri, e rischiò anch’egli di essere travolto dalla buriana quando Fini mise sotto sopra Alleanza nazionale. Lui fu candidato in posizione difficilissima in Campania 2, al dodicesimo posto, e se la cavò per un pelo. Capì la lezione. Virò verso Fini e diventò il suo prolungamento fisico. Da bravo Bel-Ami non distinse però mai troppo le relazioni politiche e quelle d’affari. Alfredo Romeo, uomo di sinistra, lo ebbe per riferimento nel mondo politico e giornalistico, al punto che nel 2008 risultarono intercettazioni che provocarono la richiesta d’arresto di Italo, nel frattempo diventato vice presidente vicario di Fabrizio Cicchitto del gruppo parlamentare del Pdl. Archiviato: nulla di illecito. E siamo ai pasticci familiari che complicarono la vita sia di Fini sia di Bocchino sia di Berlusconi, ma su questo non mettiamo becco.

Candidato con Fini (e Monti) nel 2013, fu bocciato dagli elettori. Ma la sua tela di amicizia e di bravura gli consentì di ritornare al Secolo d’Italia, organo della Fondazione di An, votato all’unanimità direttore editoriale. Intanto tubava con Romeo dal balcone. Congiunto nella vita e nella morte al suo destino di Bel Ami. Con qualche cattiva amicizia.

di Renato Farina

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