Selvaggia Lucarelli

Sanremo, che ansia il Festival senza gnocca: per fortuna c'è Ilaria D'Amico

Giulio Bucchi

  di Selvaggia Lucarelli Che vi sia piaciuta o no, la 63° festa dell’Unità è stata uno spettacolo scintillante e pieno di novità. La prima, tra tutte, il diabolico meccanismo con cui viene scelta una delle due canzoni presentata dell’artista in gara. Funziona così: il cantante si esibisce ed è sempre evidente che un brano l’ha scritto Paul McCartney e uno Fiocco di Neve.  Lo spettatore da casa, consumato dal dubbio, è invitato a televotare il suo pezzo preferito. L’altra importante novità sta nel fatto che nella puntata d’esordio ci fosse un’assoluta, totale, siderale, mancanza di gnocca sul palco dell’Ariston. A dire il vero, in rappresentanza della categoria, sarebbe apparsa la D’Amico , ma si è sottoposta a quindici ore di trucco e parrucco più uno stage di contorsionismo acrobatico per entrare nel bustier sotto l’abito da sirena e le hanno fatto dire: «Passa Ci basta un sogno!». Che è comunque il doppio del tempo concesso da Fazio alla Lagerback in sette anni di Che tempo fa, a dirla tutta, ma è comunque pochino. La Littizzetto, in compenso, di spazio ne ha avuto parecchio. E ci ha regalato parecchie sorprese. Intanto, i bookmakers davano il suo primo «culo» a due secondi dalla prima inquadratura a Giletti in prima fila, e invece è arrivato al decimo minuto dall’inizio del programma, destabilizzando non poco gli autori, che avevano già allertato Martufello seduto in terza fila e già pronto a salvare il tutto con una barzelletta sulla suora ninfomane. A parte questo, Luciana è sempre Luciana. Si mette l’abito da sera e poi si siede composta come una suonatrice di bonghi, ha l’ansia di infilare la battuta pure tra un numero e l’altro del codice per televotare e riesce a chiedere al tizio che s’è lanciato dalla stratosfera a che velocità cade una cacca di piccione.  Anche Fazio, col povero Felix ha dato il meglio di sé, con una delle sue memorabili domande da incontenibile sovversivo: «Prima di lanciarsi, non le è venuto un ripensamento?». E certo. Quello si prepara da anni, ha una tuta addosso che costa quanto le entrate Imu 2012, c’è il mondo che lo guarda e fa: «Scusate ma oggi ho il calcetto, rimandiamo». Inutile dire che dopo questi memorabili cinque minuti sul palco di Sanremo, al tizio deve essere tornata una gran voglia di tornarci, nella stratosfera. Bello invece il momento con Stefano e Federico, che hanno raccontato la loro storia d’amore con l’ausilio dei cartelli. La scelta di non farli parlare l’ho trovata particolarmente efficace nella lotta per l’equiparazione con le coppie etero: ora sappiamo che dopo undici anni insieme, anche i gay piuttosto che rivolgersi la parola, si scrivono un biglietto.  Ma veniamo ai cantanti. Marco Mengoni ha presentato due canzoni: Bellissimo di Gianna Nannini e L’essenziale. È passata L’essenziale il cui sottotitolo era «è che non passi l’altra perché la Nannini quando l’ha scritta era al terzo mojito». Gualazzi invece aveva due canzoni molto belle. Peccato non abbia mai aperto gli occhi durante l’esibizione al piano, forse per evitare di incrociare lo sguardo di Giletti in prima fila o, ipotesi molto plausibile, per non guardare le scarpe modello Forrest Gump prima dello sviluppo. Daniele Silvestri ha uno dei pezzi migliori per cui rischia seriamente di arrivare ultimo e vincere il premio della critica, ma il vero paradosso è un altro: sono anni che si presenta a Sanremo col tipico look «Una birretta al Leoncavallo?» e invece quest’anno, nella manifestazione più comunista che si ricordi dopo l’Autunno caldo in Pirelli, è arrivato elegante e borghese come a una festa del Rotary. Simona Molinari e Peter Cincotti hanno messo seriamente in crisi il meccanismo del voto da casa: nessun telespettatore riusciva a decidere quale delle due canzoni fosse più brutta per cui alla fine hanno fatto fare testa o croce a Luzzato Fegiz.  Inutile dire che Anna Oxa, ascoltata l’esibizione dei due, non solo è ancora più convinta della cospirazione russa dietro alla sua eliminazione, ma ora è anche certa che dietro all’abdicazione del Papa ci sia la Stefanenko. Maria Nazionale era vestita come la Minetti al matrimonio della sorella per cui mi astengo da una valutazione sull’esibizione canora, ma la povera Chiara è riuscita a fare peggio. Su di lei aprirei due parentesi. La prima riguarda il brano eliminato, che le ha scritto Zampaglione. Zampaglione, dicci la verità. Tu l’hai firmato ma l’ha scritto la Gerini. La seconda perplessità riguarda l’abito. Chi è la persona fidata, che le vuole presumibilmente bene, che se l’è vista arrivare col vestito da maghetta sexy che vendono all’Esselunga sotto Carnevale e le ha detto: «Stai benissimo!»?  Su Toto Cutugno, non vorrei infierire: dico solo che per sparargli sul palco, non serviva tutta l’Armata Rossa. Mi sarei offerta volontaria io e avrei fatto risparmiare alla produzione 40 biglietti a/r Mosca – Arma di taggia. Infine, due parole di solidarietà a Crozza. Maurizio, ma pure te. C’avevi l’asso nella manica. Potevi dire: «Questa sarebbe consistenzi di ravioli? Mi stai deludendi!». Potevi essere Bastianich. Potevi far finta di assaggiare i piatti di Berlusconi e dirgli che ci propina lo stesso mappazzone da 20 anni. Potevi sputare e dire «cane di Monti se cucini questo piatto ti piscia su gamba!» e invece hai voluto rischiare. A Sanremo. Davanti al pubblico incravattato e alle signore in tiro. Eppure avresti dovuto saperlo: le serate eleganti sono terreno di Silvio, non il tuo.  P.s. Gli ascolti hanno premiato anche senza gnocca: tira più un pelo di Silvio, che una carrozza con la Littizzetto.