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Massimo Giannini, il Pinocchio della sinistra: cosa ha detto da Fazio

Raffaele Fiume
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In una recente puntata di Che tempo che fa è andato in onda un duro attacco al governo da parte del direttore di un autorevole quotidiano. Una contestazione radicale, mirata a delegittimare l’attuale maggioranza e non, come sarebbe fisiologico e benefico, a discuterne le proposte politiche nel merito. Purtroppo, gridare all’uomo nero in arrivo, al ritorno dei bui tempi fascisti, all’attentato alla Costituzione resta l’unica opzione per una sinistra che, ancora alla ricerca di se stessa, trova identità solo costruendo un nemico da abbattere. E sovente ha gioco facile, grazie alla presenza pervasiva nei media e a un principio elementare della comunicazione per cui se ripeti ossessivamente una bugia, molti finiscono per convincersi che sia vera. Ma le bugie restano bugie alla prova dei fatti. Prima bugia: non è vero che il Paese è infiammato. Anzi, è proteso a intercettare la crescita economica e i benefici del Pnrr, pur con mille difficoltà, si interroga profondamente sul mismatching tra domanda e offerta di lavoro ed ha reagito con compattezza di fronte alle emergenze. Piuttosto, una parte di esso, minoritaria, si affanna a gettare benzina su alcune piccole fiammelle, offrendo un pessimo servizio al dibattito democratico.

 


LE TRASCRIZIONI Seconda bugia: non è vero che, negando la registrazione ai figli di coppie omogenitoriali, il governo stia calpestando la Costituzione. Non è vero perché la Carta non si esprime sul punto neanche indirettamente (e nel ’48 sarebbe stato difficile farlo) e non è vero perché è stata la Corte di Cassazione, con la sentenza n.38162, a esprimersi sul punto, giudicando illegittima una prassi adottata dal sindaco di Milano. I fari sulla questione sono stati accesi dalla magistratura e non dal Governo.  Terza bugia: non è vero che l’autonomia differenziata lede la Costituzione, discriminando definitivamente una parte del Paese e pregiudicando il diritto alla salute. La Costituzione repubblicana vigente prevede che una singola regione possa chiedere, e ottenere, «particolari forme di autonomia» su alcune materie tra quelle che già sono a potestà legislativa concorrente tra Stato centrale e regioni. Di fronte alle legittime spinte autonomiste di alcune regioni, il Governo ha aperto una discussione di portata generale, mirando a ottenere un ampio consenso istituzionale, proprio per evitare fughe in avanti di singoli, pur consentite già dalla Carta. Il frutto è stato un disegno di legge quadro concertato con la Conferenza stato-regioni, che mette tutte le regioni sollo stesso piano. La parità tra i cittadini è garantita dal fatto che l’attribuzione di funzioni è subordinata alla determinazione di livelli minimi di prestazioni (Lep) che garantiscano i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale. Diritto alla salute incluso. Ancora, non è vero che si tratti di scelte “definitive” in quanto le intese di devoluzione hanno durata decennale e possono cessare prima. Quale sarebbe la definitiva lesione del diritto alla salute?

 

 

Quarta bugia: non è vero che il problema del caro affitti leda il diritto costituzionale allo studio. Troppo spesso si dimentica che l’articolo 34 della Costituzione prevede politiche attive di sostegno da parte dello Stato solo ai «capaci e meritevoli» e non a chiunque. Il diritto allo studio è garantito innanzitutto dalla presenza diffusa sul territorio di Università pubbliche che, tra sedi principali e distaccate, oramai operano in buona parte delle provincie italiane.  Poi, è garantito attraverso il finanziamento pubblico delle Università, in una quota pro-capite assai più alta delle tasse pagate da ciascuno, tasse che per le fasce di reddito più basse in genere sono assai ridotte. Il problema del costo elevato delle residenze universitarie è, sì, grave, ma va inquadrato all’interno del tema del caro affitti che affligge soprattutto alcune grandi città; si tratta di questioni annose, prevalentemente di competenza degli enti locali, a cui lo Stato sta mettendo mano con i fondi del Pnrr. È una questione importante per favorire la mobilità degli studenti, la crescita del sistema universitario italiano e, con esso, la crescita del Paese. Una questione da affrontare con saggezza ed equilibrio, senza barriere ideologiche e senza ostensione di mostri che non esistono. Quinta bugia: c’è una stretta dei permessi umanitari, che discrimina i migranti, violando il principio costituzionale di uguaglianza di tutti i cittadini di cui all’art.3.

 

L’ATTACCO SUI PERMESSI I permessi umanitari non esistono da cinque anni. I «permessi per protezione speciale», introdotti nel 2018, erano stati allargati dal precedente governo fino a includere i ricongiungimenti parentali, le cure mediche e la successiva trasformazione in permessi di lavoro, con sostanziale aggiramento dei flussi. Il Governo ha ridotto queste fattispecie e ha potenziato i servizi di accoglienza e immigrazione regolare, attuando la sensibilità per gli ingressi legali della maggioranza del Paese. La sua azione, passata al vaglio del Quirinale, rispetta l’articolo 10 della Costituzione. L’articolo, invece, non è pertinente: esso si riferisce ai cittadini, non ai residenti, né indistintamente a chiunque; e chi chiede od ottiene un permesso di soggiorno lo fa proprio perché non è cittadino pur nutrendo, magari, l’aspirazione a diventarlo. I cittadini non hanno bisogno di permessi, tantomeno umanitari. In sintesi, una intervista, tante bugie, finalizzate a costruire l’immagine di un Governo che sta mettendo in discussione i principi fondanti della Costituzione, finalizzate a delegittimare la maggioranza del Paese, non ad incontrarla, a confrontarsi e ad individuare traiettorie di crescita per la comunità nazionale. Nel confronto si cresce, dal dibattito si impara. Una discussione democratica seria e serena sarebbe auspicabile per tutti. Purtroppo, sembra siamo ancora lontani.

 

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