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Di Martedì, scontro Bocchino-Celestini: "Furia partigiana non ha permesso conclusione civile"

Roberto Tortora

Giorno della Liberazione in avvicinamento, il 25 Aprile, quando l’Italia uscì dal regime fascista e, pian piano, avviò il processo che l’avrebbe trasformata in una Repubblica. Come ogni anno, infuria la polemica tra i nostalgici del ventennio e gli antifascisti, sull’opportunità o meno di festeggiare questa ricorrenza e sulla giustizia o ingiustizia perpetrata in quei giorni ormai lontani di guerra. Chi resta un fervido sostenitore del Duce o, quantomeno, rivendica per lui un processo mai avuto, è il direttore editoriale del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, tra gli ospiti dello studio di DiMartedì, talk di approfondimento politico e sociale di La7, condotto da Giovanni Floris.

Bocchino risponde ad Ascanio Celestini, attore teatrale, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo, membro di quella sinistra che rivendica con forza l’antifascismo in Italia e che accusa il premier, Giorgia Meloni, di non dichiararsi apertamente contro il fascismo. Celestini dice: “La destra italiana è diversa dalle altre destre, in Italia nasce il fascismo e qui ha trovato terreno fertile e c'è ancora terreno fertile. In Italia non c'è stato un processo ai fascisti, non c'è stato un processo a quelli amnistiati, agli oltre mille criminali di guerra”.

 

 

Questa, quindi, la risposta dell’ex-deputato: “Il problema è che si vuol accusare di essere fascista una donna di 46 anni che, da sola, ha ricostruito una destra che non può avere nulla a che vedere con il fascismo. Non si è fatto il processo al fascismo, sa perché non si è fatto? Perché Mussolini è stato fucilato barbaramente senza processo, è stato appeso a testa in giù come un salame in Piazzale Loreto, sputandogli addosso, urinandogli addosso, perciò non si è fatto il processo. Perché la Germania ha superato, invece, quello che è successo? Perché ha fatto il processo di Norimberga, quindi da noi è stata la furia dei partigiani che non ha permesso la conclusione civile della guerra”.