Cosa non torna

Rampini e "l'incapace Putin". Attentato a Mosca, sospetto sulla polizia russa

Roberto Tortora

L’attentato a Mosca ha lasciato degli strascichi importanti per gli equilibri geo-politici dell’Europa e, in generale, dell’Occidente. E i dubbi su come sia stato possibile che quattro terroristi abbiano potuto compiere un massacro così feroce alla Crocus City Hall restano forti.

Di questo si discute a DiMartedì, programma di approfondimento politico di La7. Il conduttore, Giovanni Floris, chiede un parere importante a Federico Rampini che dice: “L’unica cosa veramente sospetta è il fatto che a Mosca quella sera la polizia era invisibile, inesistente. Tutto ciò, nonostante gli allarmi degli americani di due settimane prima e nonostante l'Isis sia una minaccia permanente”.

 

 

 

Rampini, poi, spiega perché ci si poteva attendere un attacco simile: “L’Isis due mesi fa ha fatto una strage in Iran, perché per loro siamo tutti nemici: l'Occidente, la Russia, l'Iran in quanto sciita. Com'è possibile che, in un Paese sottoposto a un regime di repressione poliziesca permanente, dove qualunque forma di dissenso per le strade, anche innocua, viene immediatamente colpita da un intervento della polizia, lì in occasione di un raduno di massa, di un concerto, la polizia non ci fosse? Tutti gli interrogativi convergono inevitabilmente sulla figura di Putin, sulla sua responsabilità sia che sia incapacità e incompetenza e anche questo sarebbe un fatto gravissimo o sulla sua volontà di lasciare che accadano delle cose che lui intende strumentalizzare contro l'Ucraina”. Floris amaramente commenta: “Quindi è molto peggio di quanto si possa immaginare nella lettura di Federico Rampini”.

 

 

 

Lo stesso Rampini, poco tempo fa, aveva dovuto ravvedersi nelle sue posizioni su Putin, che lui pensava potesse indebolirsi e che, invece, resta saldo al comando. Scriveva così sul Corriere della Sera: “Un anno fa, al primo anniversario di quell’aggressione, ero più ottimista sulle chance degli ucraini di difendersi con il nostro sostegno. Ho creduto che potessero farcela a ricacciare indietro l’invasore e a liberare una parte dei territori occupati da un attacco criminale. Un anno fa a quest’epoca vedevo un Putin più indebolito; e non c’era ancora stata la rivolta della Wagner contro di lui. All’indomani della morte di Alexei Navalny, respingo la tentazione di interpretare quell’ignobile omicidio come un segnale di «debolezza» di Putin. Putin applica una regola diversa, che finora ha funzionato: mai mostrare indulgenza, mai essere «umani», sennò gli avversari ne approfitteranno”.

 

 

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