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Altro che scudetti

Gianluigi Paragone: la Juve in Europa perde sempre perché troppo legata al potere

5 Giugno 2017

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Gianluigi Paragone e Massimiliano Allegri

Il calcio, in generale lo sport, è bello anche perché spietato. Il giorno dopo Cardiff l’amaro in bocca c’è ma non è la cosa che infastidisce di più. E nemmeno gli sfottò, il cinismo, l’invidia che diventa godimento di chi si ritrova dalla parte dei vincitori senza nemmeno aver giocato. Vi dirò che il giorno dopo ho persino guardato ai fuochi d’artificio di Napoli come una fantasticheria di un calcio che è appartenenza. Non mi piace il calcio politicamente corretto, dell’italianità nelle coppe europee: non è un trofeo per tutti quello che ci saremmo portati a casa in caso di vittoria, sarebbe stato solo nostro. Di noi juventini. Ma quella coppa a Torino non è arrivata, dunque che festeggino cinicamente gli altri: veder perdere quelli che non si sopportano, nel calcio, è un diritto acquisito. È un diritto da poveracci ma tant’è.

Io, quella Coppa, sabato pomeriggio la sentivo mia. Per tanti motivi. Intanto, perché se esiste una cavolo di ruota che gira, ci stava che a Cardiff si fermasse sulla casella bianconera consentendo alla Juve di portarsi via la Champions. Era quasi un atto dovuto da parte della Sorte. E poi in quest’edizione la Juve aveva giocato da big per tutta la competizione. Sì, ci eravamo illusi di domare il Barcellona non prendendo coscienza di una squadra logora. Però non era affar nostro.

Insomma, quel sapore di Triplete ce l’avevo in bocca. Ma se tripletta e treble ormai si pronuncia in spagnolo ci sarà pure un perché; ieri lo abbiamo dovuto ammettere ancora una volta.

E allora arrivo alla risposta su quale cosa mi rabbuia di più, a distanza di ore dall’ennesima notte eurotragica. La Juve è una squadra prepotentemente italiana, arrogantemente sabauda, provincialmente vincente. Tutto qui. A Cardiff come a Berlino. Ad Atene come a Monaco di Baviera: in Grecia una squadra composta da campioni del mondo si afflosciò contro l’Amburgo di Magath mentre in Germania la Juve campione in carica venne umiliata da un Borussia di reduci e di scarti. E poi tutte le altre finali, vergognosamente perse per mancanza di hybris, cioé di quel senso epico che ti fa dire che sei davvero leggendario, capace di sovvertire il volere degli dei. Altro che Coppa maledetta, la maledizione è dentro di noi: la Juve, ne ho preso coscienza la scorsa notte, non potrà mai avere quella forza epica perché è una squadra costruita dal potere e nel potere. Solo che è un potere locale. Un potere che ci fa vincere 33 scudetti; gli ultimi sei di fila e per questo si scomoda l’espressione LE6END, leggenda. Un potere che ci fa pensare superbamente di averne vinti 35 sul campo, roba che se anche fosse vero non lo direi perché tre stelle e solo due Coppe dalle Grandi orecchie in bacheca allora sei davvero un eroe perdente. Peggio di Ettore.

La Juve perde in Europa perché ha paura di diventare grande e diventare grandi significa spogliarsi del potere italiano, smetterla di atteggiarsi a padroni dell’universo (da Elkann ad Agnelli, passando per Marotta). I tromboni suonati in Italia diventano timidi mezzi flauti nelle finali europee. Perdere sette finali è leggendario, ahinoi: sfigatamente leggendario. Allora basta spadroneggiare in Italia, rendiamo trasparenti i nostri scudetti, alleggeriamo il blasone e proviamo a sfidare il volere degli dei. A Kiev. Per novanta minuti senza che ti tremino le gambe.

di Gianluigi Paragone

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Commenti all'articolo

  • paolo44

    11 Giugno 2017 - 10:10

    Ma quale juventino, interista che non sei altro. Articolo pietoso.

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  • TOMMA

    06 Giugno 2017 - 14:02

    Bravo.

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