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Champions League, tutte le italiane fuori: perché serve una rivoluzione

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Il risultato non poteva che essere questo: tutte le italiane fuori dalla Champions League, nemmeno una superstite ai quarti della prestigiosa competizione. Complice anche la sfortuna, ma i risultati deludenti delle italiane sono ormai un trend negativo, che dalla vittoria del "triplete" dell'Inter non sembra volersi invertire. Dal 2010, l'Italia ha raggiunto due finali (entrambe perse) con i bianconeri guidati da Allegri, e una semifinale ricordata per la rimonta della Roma di Eusebio Di Francesco contro il Barcellona . Sorpresa Atalanta, che l'anno scorso si è vista eliminare dal Psg in zona Cesarini, con la semifinale a passo. Quest'anno la dea bendata non ha voluto tuttavia assistere i nerazzurri contro il Real Madrid.

 

 

Figuraccia invece per la Juventus, che contro una squadra come il Porto avrebbe potuto fare sicuramente di più. Nulla togliere ai portoghesi, ma le prestazioni fra andata e ritorno della vecchia signora sono state parecchio al di sotto delle aspettative. Da quando è approdato alla corte di Agnelli, CR7 sembra aver perso la confidenza con la competizione europea. Soprattutto nelle partite in cui è più richiesta la sua presenza, il portoghese non si è fatto trovare pronto. Da un giocatore che percepisce 31 milioni di euro annui, ci si aspetta francamente di più.

 

 

Segnali positivi arrivano però dalla competizione cugina della Champions League, l'Europa League. Stasera Roma e Milan affronteranno rispettivamente Shaktar Donetsk e Manchester United nella gara di ritorno valida per arrivare ai quarti della competizione. La Roma dovrà difendere un comodo 3-0 contro gli ucraini, mentre il Milan potrebbe tentare il colpaccio, dopo l'1-1 all'Old Trafford, contro la squadra guidata da Solskjaer. Nella speranza che entrambe le squadre riescano a superare il turno, non bisogna comunque mentire a se stessi: il calcio italiano ha bisogno di una rivoluzione che punti sui giovani, possibilmente italiani (in vista anche degli impegni della Nazionale). Il modello da seguire potrebbe proprio essere quello dell'Atalanta.

 

 

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