Il broncio si sciolse a Bergamo, il 12 maggio 1985. Al fischio finale di Atalanta-Verona, Osvaldo Bagnoli lasciò affiorare un sorriso quasi inatteso: l’Hellas era campione d’Italia. Quell’immagine racconta ancora tutto di lui, uomo nato alla Bovisa, quartiere popolare e popoloso di Milano e diventato leggenda nella città dell’Arena, capace di costruire il più grande miracolo del calcio di provincia senza mai alzare i toni, almeno non in pubblico. È morto ieri a 91 anni all’ospedale di Borgo Roma, nella città che lo aveva adottato. Verona perde il suo allenatore, il calcio italiano uno degli ultimi maestri di un’epoca irripetibile. Pochissimi allenatori si identificano così totalmente con un successo. Ancora meno quando quel successo conserva il sapore romantico del calcio d’antan, quello degli anni Ottanta del secolo scorso in cui l’Italia era la terra promessa del pallone e ospitava Maradona, Platini, Zico, Falcao e Rummenigge. In mezzo a quei giganti vinse una provinciale guidata da un uomo socialista per tradizione familiare e operaio nel modo di intendere il lavoro. Nella borghese Verona trasferì la propria idea di proletariato calcistico: nessuno sopra gli altri, ciascuno indispensabile agli altri. Il solo paragone moderno è il Leicester di Ranieri, fatte le debite proporzioni: la stessa capacità di battere i più ricchi rendendo il gruppo più forte dei singoli.
SCHOPENHAUER DELLA BOVISA
Gianni Brera lo chiamò lo «Schopenhauer della Bovisa», ritratto perfetto di un uomo schivo, riflessivo, talvolta ombroso, allergico ai proclami e alla civiltà dell’immagine. Bagnoli parlava poco, osservava molto e costruiva squadre nelle quali ognuno sapeva dove andare e cosa fare. Prima era stato un buon centrocampista, cresciuto nel Milan e poi passato, tra le altre, da Verona, Udinese, Catanzaro e Spal. In panchina salì senza scorciatoie: portò il Fano dalla C2 alla C1 e il Cesena in Serie A, quindi nel 1981 tornò all’Hellas. Promozione immediata, quarto posto e finale di Coppa Italia al primo anno tra i grandi, infine il capolavoro. Quel Verona non possedeva una collezione di stelle: fu Bagnoli a crearle. Garella in porta, Tricella in difesa, Di Gennaro geometra del centrocampo, Fanna e Marangon sulle fasce, Briegel a dare forza, Elkjaer e Galderisi a trasformarla in gol. Erano uomini lasciati andare o sottovalutati dalle grandi. Lui ne riconobbe le qualità e le saldò in un collettivo granitico che collezionò quindici vittorie, tredici pareggi, due sconfitte e 19 reti subite. E no, non era una favola fortunata, ma una macchina organizzata. Il tricolore, conquistato con quattro punti sul Torino, resta l’unico vinto nella Serie A a girone unico da una città non capoluogo di regione. Bagnoli rimase a Verona nove stagioni, arrivando ai quarti di Coppa Uefa. Nell’ultima, con il club travolto dalla crisi finanziaria, sfiorò una salvezza che sarebbe stata un altro miracolo. Poi compì un nuovo prodigio con il Genoa: quarto posto, semifinale europea e vittoria ad Anfield sul Liverpool, la prima di un’italiana nella casa dei Reds. All’Inter chiuse secondo dietro il Milan di Capello, ma dopo l’esonero del 1994 non allenò più, pur non avendo ancora sessant’anni.
«NON ROVINIAMO IL RICORDO»
Quando il Verona provò a richiamarlo, nella seconda metà degli anni 90, affidando a Giovanni Rana il compito di convincerlo, rispose con una frase che oggi vale come epitaffio: «La gente come me vince una volta sola nella vita, ed è già successo. Non roviniamo il ricordo». Non lo rovinò. Tornò a vivere a Verona, fra la moglie Rosanna, le figlie Francesca e Monica e i suoi vecchi giocatori, fino a diventare presidente onorario dell’Hellas. Salutiamo così il maestro silenzioso di un calcio nel quale anche gli ultimi potevano diventare primi, a condizione di diventare una squadra.