Giustizia

La proposta di legge (della Lega) che inchioda i magistrati: "La toga che sbaglia sia obbligata al risarcimento"

Renato Farina

Il leghista bergamasco Daniele Belotti ha depositato ieri una proposta di legge in cinque articoli. Titolo: «Istituzione delle pubbliche scuse in caso di ingiusta accusa». Magari corresse, sarebbe una bella affermazione di civiltà. La norma sarebbe perfetta per migliorare la sorte dei reietti che sono sì assolti, ma sui quali pesa come un macigno la famosa sentenza extra-tribunalizia di un famoso giudice: non sono innocenti, ma l'hanno fatta franca. I processi infatti comunque finiscano lasciano impresso un tatuaggio indelebile sulla fronte del cittadino. La marchiatura viene praticata nel momento stesso in cui il signor Tizio è risucchiato nel Palazzo di Giustizia: per sbaglio o a ragione non importa, la sua reputazione è comunque ghigliottinata. Ecco questa legge dovrebbe provare a far sì che gli accusatori provino a riattaccare la testa dell'innocente al busto, magari reclinando un poco il capo in segno di rispetto, dicendo: abbiamo agito in buona fede, ma abbiamo fallato, porgiamo le nostre scuse.

 

 

SCARDINARE IL SISTEMA - Secondo voi passerà mai una simile proposta di legge? No, è troppo giusta e bella per non trovare ostacoli insormontabili grazie alla pressione formidabile di quello che abbiamo imparato a chiamare, grazie a Palamara e Sallusti, "il sistema". Ecco come funzionerebbe il tutto se la legge Belotti passasse in Parlamento e la Corte costituzionale non la bocciasse su istanza dei giudici offesi nella loro indipendenza. Un sacrificio troppo grande e incostituzionale per i magistrati ammettere di aver fatto un torto - involontariamente, ci mancherebbe - a chi non meritava la bastonatura sulle giunture dell'anima? Sbagliamo tutti, i medici se capita rischiano la galera e comunque lo schiaffo di avvisi di garanzia irragionevoli (vedi coloro che hanno inoculato l'AstraZeneca), devono pagarsi assicurazioni monumentali per coprirsi da errori professionali, invece lo sappiamo che nonostante la legge questi rischi non pendono sopra le toghe che sono una formidabile armatura salvifica da qualsiasi responsabilità. Accidenti, almeno scrivere una lettera per sigillare un'innocenza con la ceralacca, non sarebbe affatto uno sputtanamento, ma una prova di benedetta umiltà, anzi di uguaglianza tra umani.

 

 

Funzionerebbe così. 1) Il pm afferra il cittadino per la collottola, lo immerge nella palude popolata dei coccodrilli lasciandovelo lì per anni. L'indagato, poi, diventa imputato, spregiato da chi osserva lo spettacolo dai giornali, salvo poi essere tirato fuori da un proscioglimento o da una sentenza di assoluzione. 2) Il cittadino fa una letterina alla Corte d'Appello, e chiede una lettera formale di scuse pubbliche. 3) Il Tribunale che ha prosciolto e assolto riconosce l'innocenza della persona, la riabilita pienamente, e chiede scusa. 4) Una volta nelle mani del richiedente la lettera può essere diffusa in ogni modo, inserita nel curriculum, trasformata in manifesto da appiccicare sui muri, può persino essere distribuita tramite «volantinaggi» (art.2 comma 3). Belotti è mosso dal caso contingente dell'assoluzione del suo collega di partito Edoardo Rixi, che in appello ha visto riconosciuto, insieme ad altri consiglieri regionali liguri, la propria innocenza dopo essersi dovuto dimettere da viceministro alle Infrastrutture ed essere stato gettato senza riguardi nel pentolone dei cannibali. Al momento la riabilitazione pubblica non spetterebbe ancora a Rixi, peraltro. Infatti la Procura generale potrebbe proporre ricorso in Cassazione. E il medesimo rinvio a data da destinarsi varrebbe anche per i manager dell'Eni Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, nonché per Luigi Bisignani e altri, che il tribunale di Milano ha assolto in primo grado, sconfessando perentoriamente le tesi degli agguerritissimi pm che nella battaglia hanno impegnato tutte le loro forze e hanno perso tutti i denti.

Ma certo la loro sofferenza per il clamoroso insuccesso professionale non è neppure lontanamente commisurabile con l'inferno nel quale sono stati da loro rosolati gli imputati. I quali dovranno ancora aspettare la sentenza definitiva per uscirne. Non avranno diritto ad alcun risarcimento, anche alla fine delle traversie processuali che eventualmente ancora li attendessero: non hanno goduto la detenzione preventiva, hanno dovuto accontentarsi del linciaggio mediatico, perdonateci il sarcasmo, ma la cosa seria è che tutto questo non prevede ristori. Ma almeno un biglietto ufficiale di scuse restituirebbe l'onore.

 

 

DANNO DA RIPARARE - Nel Medioevo c'era una pratica che riguardava i cavalli che venivano destinati allo scortichino per errore. Per restituirgli l'onore si sventolava una bandiera sopra le loro teste, e poi ritirati dalle mani dello scortichino. Ecco la lettera di scuse sarebbe l'equivalente di un benedetto sventolio della giustizia che li restituisce al mondo. Rimetterebbe insieme i cocci sanguinanti di chi è rimasto impigliato per anni e anni nella macchina impastatrice della giustizia penale, e poi, dopo essere stato fatto a brandelli, è risputato fuori con la formula «non colpevole», salvo il permanere dell'onta e la riproposizione del sospetto. Con i capatàz delle procure e dei giornali loro portavoce a insinuare un «ma...» così da lasciare comunque il segno delle unghie sul capretto o caprone che non si è riusciti a condannare (la sorte subita da Giulio Andreotti con l'ostinato fregio della sua memoria lo testimonia). Speriamo che quest' idea semplice di Belotti si affermi, in quanto espressione di giustizia riparatoria e persino un poco redentiva. Riparatoria per le vittime dell'errore. Redentiva per i magistrati fallaci. In fondo si tratterebbe per loro di una piccola pena molto umana e persino rieducativa come da articolo 27 della Costituzione.