Folle e inarrestabile?

Vladimir Putin, il delirio mistico e la missione kamikaze: un sospetto atroce, dove vuole arrivare davvero

Pietro Senaldi

Abbiamo assistito al suicidio di un presidente. L'adunata di popolo che Putin ha convocato ieri allo stadio di Mosca per festeggiare gli otto anni dall'annessione della Crimea è stato un gesto kamikaze di quello che fu un leader apprezzato anche da buona parte dell'Occidente. Zar Vladimir ha parlato sotto l'effetto di una deriva mistico-religiosa del tutto simile a quella di un capo dell'Isis, invitando la sua gente al martirio in un tripudio di bandiere, perché «non c'è amore più grande che dare la vita per gli amici». Dopo aver sconfessato, e in parte imprigionato, i vertici del Kgb nonché commissariato l'Armata Rossa, Putin ha ormai come unici referenti il suo cerchio magico di ministri e neo-generali incompetenti e la chiesa ortodossa di Mosca, rappresentata dal primate Kirill, il cui verbo sempre più delirante ha provocato uno scisma. La Russia era un Paese che andava nello spazio. Oggi non riesce a esportare idrocarburi e la sua economia si basa solo sulla vendita di frumento e materie prime. In un anno ha perso un milione di abitanti e pare destinata a un declino irreversibile.

 

 

 

VETTE DI FOLLIA

Come tutti i dittatori in difficoltà, anche Putin si è chiuso in se stesso e ha dato una svolta ancora più autocratica alla Russia. Punta a una nuova stalinizzazione del Paese e ha per la classe media ucraina lo stesso piano che il macellaio georgiano applicò per la borghesia polacca, quando sterminò ventiduemila persone nelle fosse di Katyn. Non è un caso se Varsavia ieri è stato il primo Stato della Nato a dirsi disponibile a muovere le truppe per difendere l'Ucraina, ma ormai si può dire tutto l'Occidente, da un uomo che sembra sempre più fuori dalla realtà. Neppure Gheddafi o Saddam raggiunsero le attuali vette di follia di Putin, il quale progetta uno sterminio etnico che può ricordare quello del serbo Milosevic ai danni dei bosniaci, anche se allora la reazione militare alla disgregazione di una nazione, la Jugoslavia, fu immediata, e non posposta di trent' anni. La situazione è più pericolosa di quanto non possa sembrare, anche perché le sanzioni economiche non possono nulla contro un leader che è pronto a sacrificare la vita di tutto il suo popolo. Gli studiosi di geopolitica provano a giustificare la nuova deriva del dittatore con la sindrome d'accerchiamento di cui soffrirebbero lui e tutta la Russia, stretti dalla morsa di un Occidente sempre più incalzante ai suoi confini. Ma se questa può essere stata la miccia che in parte ha innescato la crisi, l'incendio ormai si alimenta prevalentemente dei fantasmi che affollano la mente di Putin, che si crede Pietro il Grande ma ha paura del suo omonimo, Vladimir, Luxuria, schierando i carri armati per salvare la madre Russia dalla minaccia di trans e gay che, nella narrativa del leader, hanno corrotto l'Occidente e potrebbero corrompere Mosca.

 

 

 

DISSENSO INTERNO

Lo stadio ieri era pieno e plaudente, dava la sensazione che la maggioranza del popolo sia schierata con il dittatore. Forse nelle zone rurali del Paese, dove le madri non hanno ancora avuto notizia dei figli soldati uccisi al fronte, è ancora così, ma sarebbe ingeneroso descrivere i russi come un popolo assoggettato al dittatore. Professori universitari, studenti, professionisti dell'informazione, gente comune si sta dissociando a rischio della propria vita e non per preoccupazioni economiche ma perché non vuole lasciare la nazione nelle mani di un folle. Sono questi, oltre ai generali dell'Armata Rossa che non hanno ancora piegato il ginocchio di fronte al nuovo zar, le vere speranze di pace e di Zelensky. Certo più loro di un'Unione Europea senza una strategia politica e degli Stati Uniti di Joe Biden, un'altra tragedia planetaria, un presidente che gioca con il mondo avendo come principale orizzonte le elezioni di mid-term del prossimo autunno e che, oltre che dello sfintere, non ha il controllo neppure della propria lingua. I russi sono nelle mani di un pazzo capace di tutto. Noi di furbacchioni capaci di nulla. Salvo eccezioni, beninteso, ma il tramonto dell'Occidente è dovuto anche alla circostanza che ormai da queste parti chi più capisce, meno può.