La distinzione fra scienza e filosofia è nata in epoca recente. Per tutta l’antichità classica e anche in epoca medievale il sapere era uno solo. E così pure nel Rinascimento italiano. Nell’antica Accademia di Platone non si poteva entrare se non si conosceva la matematica e nel Peripato, la scuola aristotelica, non c’era differenza fra quelli che oggi chiamiamo scienziati e filosofi.
Le cose cambiano con la scoperta del “metodo scientifico”, con Galileo, Copernico, Newton. In sostanza, lo scienziato accantona le dispute metafisiche, su Dio e il senso ultimo delle cose e della nostra stessa vita, e si volge a descriverne il comportamento per prevederlo e anche per indirizzarlo con la tecnica verso fini prestabiliti. Dal “cosa” si passa al “come funziona”. E il cosa è resta appannaggio di una filosofia che si vede sempre più sottrarre spazi, fino ad essere giudicata, in età positivistica e anche oltre, come una disciplina inutile o addirittura un insieme di “superstizioni”.
LA CONTAMINAZIONE
Oggi, la mentalità dei più resta la stessa, almeno per il momento, ma gli sviluppi novecenteschi della scienza sono andati ben oltre. Essa si è volta, infatti, sempre più a interessarsi delle cose ultime per capire meglio le penultime di questo mondo, in sostanza a fare filosofia. E ciò mentre la filosofia che più aveva scimmiottato il sapere scientifico, assumendone il metodo, cioè la filosofia analitica, entrava in una condizione di crisi forse irreversibile. In sostanza, il ricongiungimento di scienza e filosofia, il superamento della distinzione fra le due culture denunciata in un celebre libro da Charles Percy Snow nel 1963. È un altro segno della fine della modernità e dell’avvento di un mondo nuovo i cui lineamenti ci è dato appena scorgere. La “svolta” novecentesca si è realizzata prima di tutto nella fisica, ed in particolare in quel settore di essa, la meccanica quantistica, che è in fondo basata su ipotesi metafisiche ma che non per questo non hanno effetti rilevanti sullo stesso mondo empirico. Si pensi, ad esempio, alle possibilità iscritte nello sviluppo dei cosiddetti computer quantistici. Fra l’altro, sostituendo al principio della certezza matematica, su cui era basata la vecchia fisica, quello della probabilità e del calcolo statistico, si può dire che la stessa Intelligenza Artificiale ha in teorici di questa disciplina i suoi progenitori. Ettore Majorana, prima della sua tragica scomparsa, aveva scritto un saggio filosofico sul calcolo delle probabilità che gli avrebbe poi pubblicato il figlio del filosofo Gentile, Giovannino, suo amico e promettente fisico morto anch’egli prematuramente. La questione più dirimente che solleva la fisica teorica è quella sull’essenza della realtà (Che cos’è reale? si intitolava un dotto libro di Giorgio Agamben di qualche anno fa sulla scomparsa di Majorana). Reale è ciò che vediamo o ciò che vediamo è solo il reale così come è per noi, letto e interpretato attraverso il software della nostra mente? Convinto della seconda ipotesi, che era stata già formulata da Immanuel Kant, Werner Heisenberg formulò nel 1927 il cosiddetto “principio di indeterminazione”: «ciò che vediamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi d’indagine».
I QUANTI
In un suggestivo libro di alta divulgazione scientifica pubblicato da Luiss University Press, lo studioso americano William Eggington ci accompagna per mano in quella che potremmo considerare la possibile dimostrazione scientifica dell’idea della “vita come sogno” che fu di Shakespeare ma anche del drammaturgo spagnolo Calderon del Barca all’inizio dell’età moderna, allargando appunto alla letteratura con Jorge Luiss Borges il suo discorso (La biblioteca dei quanti. Borges, Heisenberg, Kant e la natura ultima della realtà). Heisenberg, che con Niels Bohr è il padre della quantistica, sin da giovane si andò convincendo che «difficilmente si potevano fare progressi nella fisica atomica moderna senza una conoscenza della filosofia naturale greca». Il tempo e lo spazio sono oggettivi? E allora come si spiega la loro infinità? E se le dimensioni del reale sono altre rispetto a quelle che noi viviamo, o crediamo di vivere, ha senso parlare di nascita e morte e sperare, caso mai, nell’immortalità dell’anima? Le domande, sotto la penna di Eggington, si susseguono incalzanti. .
Ma esse potranno mai avere una risposta, o meglio una risposta da noi comprensibile? Per il matematico ceco Kurt Gödel no. Il principio che porta il suo nome, elaborato anch’esso intorno agli anni Trenta del secolo scorso, afferma che, stando all’interno di un sistema, non lo si può mai comprendere fino in fondo. Per capire il tutto dovremmo porci al di fuori di esso, ma, se mai fosse possibile, quel tutto non sarebbe più tale.




