Sono due i motivi che rendono Marco Fortis un economista atipico. Il primo è che uno dei pochi, forse l’unico, che ama ficcare il naso - attraverso il lavoro della Fondazione Edison da lui presieduta - dentro le performance delle nostre imprese. E partendo da qui si arriva al secondo motivo che lo rende praticamente unico. Fortis restituisce, a ragion veduta, un quadro del nostro Paese che quasi nessuno degli altri economisti riesce a vedere.
L’Italia è un Paese dinamico, forte e che ha realizzato performance di crescita uniche al mondo dal 2019 ad oggi. Fortis è paradossalmente animato dall’ottimismo della ragione contro il pessimismo della volontà di molti suoi colleghi conformisti. Da docente dell’Università Cattolica ha pubblicato un paper dal titolo “Italia, crescita e finanza pubblica. Un doppio cambio di paradigma”. E ciò che rende ancor più straordinario il risultato della nostra economia è che questo è stato ottenuto nonostante siano state attuate politiche fiscali restrittive. In altre parole è come se l’Italia avesse corso i 100 metri con gli scarponi da sci e nonostante tutto avesse vinto.
DETTAGLIO
Il dettaglio più stupefacente lo si trova a pagina 64. E da lì che si comprende al meglio la straordinaria performance delle nostre aziende. Nel 2015 le imprese italiane esportavano qualcosa come 450 miliardi di dollari contro i circa 630 del Giappone. Parliamo di un Paese che ha inventato il just in time - le aziende senza magazzino - e la qualità totale. Ha dominato - e tuttora continua a farlo - settori ad alta intensità tecnologica ed occupazionale come l’automotive. Chi studiava economia negli anni ’80 e ’90 sa cosa fosse il modello Giappone. Tuttora una delle più importanti economie al mondo. Ebbene se nel 2015 l’Italia esportava il 30% in meno del Giappone (ed eravamo contenti perché avevamo ancora un’industria automobilistica in casa), oggi le nostre imprese hanno superato i competitor nipponici con volumi di circa 750 miliardi (media mobile ad un anno).
La cosa stupefacente è che questo sorpasso è avvenuto nonostante la scomparsa del settore automobilistico italiano mentre la giapponese Toyota è tuttora il produttore di auto con la più alta capitalizzazione al mondo se si esclude Tesla. Vale qualcosa come 220-230 miliardi. Giusto per darvi un’idea Stellantis, che non è italiana, capitalizza qualcosa come 12 miliardi ed è la venticinquesima al mondo. Ma sta proprio qui la forza del nostro export, sostiene Fortis. Non esiste un settore trainante. E questo rende la performance delle nostre imprese, nel loro complesso, più immuni agli shock rispetto ad economie che invece si concentrano su pochi macro settori.
Senza andare troppo nel tecnico, Fortis analizza la diversificazione settoriale con un indice Unctad. Zero è massima diversificazione; 1 è massima concentrazione. L’Italia ha il numero più basso al mondo: 0,071. La Corea del Sud - che esporta autovetture ed elettronica avanzata a partire dai telefonini - totalizza 0,219. Se si esclude l’energia (che l’Italia importa sia come prodotto finito che sotto forma di idrocarburi), le vetture, l’elettronica e i telefonini l’Italia è addirittura il quarto esportatore al mondo. Davanti a lei soltanto Cina, Stati Uniti e Germania. Ed avendo superato il Giappone l’Italia si avvia ad essere il quarto esportatore al mondo anche senza queste esclusioni.
VENDITE ALL’ESTERO
La diversificazione è tale che i primi dieci prodotti esportati pesano grosso modo il 16% delle nostre vendite all’estero. Giusto per darvi un’idea per la Corea del Sud si arriva a quasi il 40%. Le prime mille imprese che esportano beni industriali vendono circa il 55% del totale. Per fare un confronto, le prime mille imprese francesi che esportano registrano quasi il 90% del totale. Sono 60mila le aziende italiane che vendono all’estero. Ebbene, 50mila di queste non arrivano a 50 dipendenti. Solo il 15% dell’export di beni industriali è fatto da aziende che hanno più di 2mila dipendenti. La quota di esportazioni delle aziende che non arrivano a 50 dipendenti è praticamente identica.
Quella che per anni è stata descritta come una debolezza del nostro sistema industriale è in realtà ciò che rende unico il nostro tessuto imprenditoriale. Massima diversificazione settoriale ed estrema granularità dimensionale si traducono in performance straordinarie che poi hanno una ricaduta formidabile sui livelli di crescita della nostra economia. Tutt’altro che asfittici. Perché per rendersi conto delle performance economiche occorre allargare lo sguardo ad almeno 5 anni. Lo faremo sempre partendo da questo studio. E i dati di crescita sono a dir poco incredibili.




