Per i russi la spia perfetta ha la faccia di Vjaceslav Tichonov, l’attore bello e malinconico che nel 1973 fu Stierlitz in uno sceneggiato che in Unione Sovietica guardarono tutti: un ufficiale di Mosca che si finge colonnello delle SS e passa al Cremlino i segreti di Hitler senza sbagliare una mossa, una specie di James Bond con meno donne e più magone. L’ufficiale Lev Stupnikov è stato uno Stierlitz senza scuola, ma il Wall Street Journal lo ha messo fra gli informatori più micidiali della storia militare recente: per cinque mesi, due anni fa, ha passato agli ucraini le posizioni della sua brigata, e i suoi messaggi sono costati la vita a più di trecento russi.
Il suo primo colpo fu una mattina di febbraio 2024, su un campo ghiacciato vicino a Vuhledar, nel Donetsk. Stupnikov fotografa i soldati in attesa tenendo il telefono contro il petto e scrive al suo contatto: «Ci saranno tra i 120 e i 150 uomini». Le coordinate sono già partite. Quando gli arriva un «Vattene» chiede agli autisti un pacchetto di salviette umidificate, si tiene la pancia, fa una smorfia e sparisce fra gli alberi finché l’esplosione lo butta a terra. Al contatto che gli chiede una foto risponde che «c’è solo carne»: 68 morti, fra cui il comandante della brigata, e 60 feriti. Lui aiuta a caricarli sui camion, poi in caserma finge una commozione cerebrale.
LA METAMORFOSI
Da quel giorno passa agli ucraini frequenze, posizioni, rotte dei blindati, disattiva telecamere di sorveglianza e frigge i circuiti dei droni russi. Una sera di maggio manda per sbaglio le coordinate dello scantinato in cui dorme e si sveglia con un buco nel muro (cosa che a Stierlitz, in dodici puntate, non è mai successa). Dorme di rado, come capita ai soldati, e male, come capita alle spie, e per addormentarsi si convince che le sue vittime sarebbero finite al macello comunque e che almeno le madri avrebbero riavuto i corpi e l’indennizzo. Ragionamento uguale e contrario a quello del Cremlino, che paga i soldati finché sono vivi e poi le loro madri. A giugno il suo comandante vede sugli schermi l’ennesimo attacco ucraino andato a segno e intuisce l’anomalia. «Ho la sensazione che ci sia uno Stierlitz tra le nostre fila». Fissa Stupnikov, che la butta sul ridere (e del comico c’è: nel paragone del comandante i nazisti sono loro).
Il merito, o la colpa, della metamorfosi del figlio è della madre. Tatiana Yantsen aveva portato i figli dal Kazakistan a Omsk, in Siberia, grazie al programma con cui Mosca riporta a casa i russi rimasti all’estero. Il padre le aveva insegnato che «la nostra patria storica è la Russia», ma nella patria storica Tatiana era diventata un’oppositrice di Putin, di quelle che ascoltano in macchina un gruppo punk ucraino a tutto volume, con l’accortezza di girare la manopola ai semafori. Il figlio fu spedito al fronte nel novembre 2023, «per il tempestivo rimpiazzo delle perdite», e a febbraio lei scrisse a Dmytro Karpenko, un programmatore che lavora con i servizi segreti militari ucraini e su YouTube si fa chiamare Apostolo: faccia tonda, borse sotto gli occhi, una sigaretta dietro l’altra davanti a una dozzina di telefoni.
Da buon apostolo Karpenko pesca uomini e li paga, senza sapere, dice, se tirerà su «un pesciolino o una balena». Quella volta tirò su una balena di 24 anni e che staccava da terra 250 chili. Aveva giurato «fedeltà alla Patria, la Federazione Russa» all’Accademia militare di San Pietroburgo e aveva sposato Liza, la fidanzata del liceo. Poi arrivò l’invasione. «Sono pronto a collaborare con voi e a consegnarmi», scrisse Stupnikov a Karpenko. A una sola condizione: niente soldi.
LA FUGA
La fuga avvenne la notte del 6 luglio. Stupnikov disse a una sentinella che andava a controllare le telecamere e, indicando le linee ucraine, chiese se potesse spingersi più avanti. «Sì, ma non molto lontano». «Non ho intenzione di andare lontano». Attraversò un campo minato facendosi luce con il telefono, guidato da un drone ucraino fino allo stagno delle anatre dove lo aspettavano tre soldati. «Parola d’ordine?». «Negozio di arachidi». Oggi ha i baffi a manubrio dei controrivoluzionari bianchi del 1917 e combatte nel Corpo dei volontari russi, un reparto dell’esercito ucraino formato da russi antiputiniani, con un’anima di estrema destra. Un altro disertore, il pilota Maksim Kuzminov, è stato ucciso da un sicario in Spagna sei mesi dopo aver consegnato il suo elicottero a Kiev: Stupnikov ne ha concluso che per un traditore russo il posto più sicuro è l’Ucraina, a pochi chilometri dall’esercito che ha tradito.
La moglie è rimasta nella città della brigata, fra le mogli degli ufficiali, e gli ha scritto: «Questo era il tuo sogno, non il mio». «Quindi, non ci parliamo più?», le ha chiesto lui. Lei non ha risposto, salvo dire ai media di Stato: «Ha tradito anche me». Lui la mette così: «Ho tradito il mio giuramento? Mi ero impegnato a difendere la libertà, l’indipendenza e l’ordine costituzionale. Ma Putin ha di strutto tutti e tre».




