Sono una ventina gli israeliani indagati dalla procura di Roma nell’ambito delle due “missioni” della Flotilla. Si va dai ministri ai capi delle forze dell’ordine. Tutti accusati a vario titolo di sequestro di persona, lesioni personali, rapina, danneggiamento a seguito di naufragio e addirittura di tortura. A muovere le accuse (tutte da provare) è stata una cinquantina di flotilleri che avevano presentato denuncia alla Procura di Roma.
La vicenda, lo ricorderete, riguarda i vacanzieri della Flotilla, che in un paio di occasioni tra il settembre e l’ottobre del 2025 e tra aprile e maggio di quest’anno, si erano messi in mare con la convinzione di poter bucare il blocco navale israeliano per portare viveri e generi di prima necessità agli abitanti di Gaza, sotto assedio dopo gli attentati terroristici del 7 ottobre. Viaggi fatti anche di feste e polemiche tra partecipanti, finiti con l’abbordaggio delle navi e l’arresto della ciurma.
LA RICOSTRUZIONE
Le indagini sono state affidate dal procuratore capo Francesco Lo Voi e dal sostituto Stefano Opilio ai carabinieri del Ros, che hanno ricostruito le catene di comando politico, militare e di polizia israeliana. I nomi più eccellenti finiti nel registro degli indagati sono quelli del ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, e quello della Difesa Israel Katz. Gli investigatori hanno ricostruito quanto accaduto nel corso delle due missioni. Per la prima missione, oltre ai ministri Katz e Ben Gvir, è stata individuata una catena di comando che, per le operazioni navali, comprende il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, generale Eyal Zamir, il comandante in capo della Marina, vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di Stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13, colonnello Eldad Borochovich, e il responsabile della base navale di Ashdod, colonnello Eitan Paz. Per quanto riguarda le operazioni a terra, gli accertamenti hanno riguardato il capo della polizia israeliana Daniel Levy, il comandante del servizio penitenziario israeliano Kobi Yaakobi, il responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ktzi’ot Menachen Bibas, il comandante della Nahshon, unità operativa di intervento e scorta dell’Ips, Assaf Zagori, e il comandante del Magav Berik Yitzchak.
Per la seconda missione della Global Sumud Flotilla la struttura di comando ricostruita dagli investigatori risulta sostanzialmente coincidente con quella della precedente spedizione. Le differenze riguardano la componente navale, nella quale figurano il vice ammiraglio Eyal Harel come comandante in capo della Marina e il maggiore generale Guy Levy nel ruolo di capo di Stato maggiore.
Nel corso delle indagini Particolare attenzione è stata riservata alle condizioni di detenzione alle quali sarebbero stati sottoposti i componenti della Flotilla dopo il fermo. L’attività investigativa avrebbe consentito di delineare un «quadro di soprusi sistematici» subiti a seguito dell’intervento delle autorità israeliane. Le contestazioni riguardano la privazione della libertà personale, il trasferimento verso il porto di Ashdod, il successivo trasporto nella struttura carceraria di Ktzi’ot, le procedure di identificazione e gli adempimenti amministrativi che hanno preceduto il rilascio e il rientro in Italia dei cittadini coinvolti. Accertati anche episodi di percosse, lesioni personali, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo rivolte a numerosi partecipanti alle missioni. I pm romani contestano anche la mancata somministrazione di cibo e assistenza sanitaria, nonché condizioni ambientali e igienico-sanitarie ritenute particolarmente precarie. Oltre a privazione del sonno a danno di alcuni detenuti nella struttura di Ktzi’ot e assenza di adeguata assistenza legale durante il periodo di fermo. Inoltre, secondo quanto ricostruito dalla Procura ad alcuni fermati sarebbe stata impedita la possibilità di comunicare tempestivamente con i propri difensori e con le rappresentanze diplomatiche italiane.
I FLOTILLERI APPLAUDONO
Soddisfatti gli avvocati della Flotilla, che hanno auspicato l’agevolazione della richiesta «di assistenza giudiziaria internazionale allo Stato di Israele affinché la giustizia possa davvero fare il suo corso».
L’inchiesta sulla Flotilla, fa tornare alla mente un altro episodio simile: quello del tribunale di Palermo che accusò l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini di sequestro di persona ai danni dei migranti bloccati sulle Ong. Un procedimento che finì, dopo cinque anni, con l’assoluzione piena del leader leghista.




