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Giustizia, fino a 100mila euro ad ogni magistrato: il governo costretto a pagare quasi 1 miliardo

di Michele Zaccardisabato 17 ottobre 2026
 Toghe

 Toghe (Lapresse)

4' di lettura

Centomila euro in più. A testa. E per tutti. Il prossimo Capodanno sarà come fare cinquina al Lotto per 11mila magistrati italiani. Già, perché quella sera, con la legge di Bilancio pubblicata in Gazzetta Ufficiale, si ritroveranno un bell’assegno in tasca. Staccato, ovviamente, dallo Stato. Certo, quella cifra è solo una media. Alle toghe con più anzianità di servizio o con funzioni apicali andrà qualcosa in più; agli altri, qualcosa in meno. Ma nessuno - questo è certo resterà deluso.

Perché, come riporta il Sole 24 Ore, ben nascosta nelle tabelle del Documento programmatico di Bilancio, che il governo ha inviato giovedì a Bruxelles, c’è la voce “Fondo sentenze”. Con una dote di 1,9 miliardi di euro. Non che questa sia una novità: anche l’anno scorso compariva la stessa voce. A beneficiarne, per la maggior parte, fu Tim, che aveva vinto un decennale contenzioso col fisco, nato alla fine degli anni ’90. Quest’anno, invece, tocca alle toghe. Che riceveranno in totale 970 milioni di euro. Fondi con cui lo Stato pagherà 70mila euro a testa come arretrati una tantum e altri 20mila come retribuzione; somma, quest’ultima, che andrà a replicarsi come aumento dello stipendio per gli anni futuri. NOVITÀ Gli assegni più generosi andranno ai 10.638 magistrati che erano già in servizio nel 2018; ma in varia misura la novità riguarda tutti. E l’effetto domino potrebbe allargarsi ulteriormente. Ma facciamo un passo indietro. Tutto parte dal meccanismo di calcolo dei trattamenti economici. I magistrati fanno parte del “personale in regime di diritto pubblico”: le loro retribuzioni vengono riviste ogni tre anni per adeguarle agli aumenti medi ricevuti nel frattempo dalle categorie contrattualizzate del pubblico impiego, ovvero il grosso dei dipendenti pubblici.

Tutto è filato liscio per un po’, finché il sistema usato dall’Istat per rivedere le buste paga dei non contrattualizzati non si è inceppato. Dopo una guerra di carte bollate, il Consiglio di Stato ha messo la parola fine. Assestando però una secca bocciatura del meccanismo impiegato fino ad allora: in sostanza, la base di calcolo era sbagliata. Perché, hanno scritto i magistrati amministrativi, sono state escluse indennità che invece andavano comprese. E poi quel meccanismo non considerava alcune categorie di personale - come quello delle Autorità indipendenti - dove gli aumenti sono di solito più elevati. Ancora: utilizzando la media ponderata invece di quella semplice, si è dato molto più peso a comparti con tantissimi dipendenti ma con stipendi relativamente bassi, come la scuola e gli enti locali.

E in tutto questo, il governo non ha altra scelta che non sia quella di adeguarsi. Nel luglio del 2025, un gruppo di sentenze gemelle del Consiglio di Stato ha sbriciolato il decreto di Palazzo Chigi che definiva gli aumenti del triennio 2018-2020. E la stessa sorte si è aperta per il 2021-2023. Il governo ha temporeggiato, rimediando altre sentenze di condanna di giudici amministrativi. E alla fine, la strenua resistenza dell’Avvocatura dello Stato (anch’essa interessata dagli aumenti, peraltro) è stata piegata. I decreti che adeguano le retribuzioni per gli anni dal 2018 al 2023 sono pronti; la legge di bilancio dovrà metterci i soldi.

Dall’Associazione nazionale magistrati, però, negano: «Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento» si legge in una nota, «gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dal quotidiano». Si tratta, precisa il comunicato, «per un magistrato con 20 anni di esperienza di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto». E poi, sottolinea l’Anm, sono «componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere. Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento».

CAMBIALI

Del resto, dal debito generato dal Superbonus alle condanne dell’Unione europea sulla fiscalità delle controllate estere, da quando è diventato ministro, Giancarlo Giorgetti ha dovuto firmare, obtorto collo, assegni per pagare le cambiali ereditate dagli anni precedenti. Ma questa volta potrebbe essere più complicato. Perché i soldi per staccare i bonifici a favore delle toghe andranno trovati con una manovra che ha margini strettissimi.

Tant’è che sembra in forse l’estensione del taglio Irpef, con l’aliquota del 33% applicata fino a 60mila euro, e pure la detassazione delle tredicesime. Senza contare il capitolo energia: con famiglie e imprese in affanno per il caro bollette e il governo impegnato in una dura battaglia a Bruxelles per racimolare qualche miliardo.
E poi le risorse stanziate non sono sufficienti a chiudere quella che appare come una falla nella finanza pubblica. Sono infatti ancora da pagare gli aumenti 2024-2026, lievitati anche per via degli incrementi riconosciuti sui trienni precedenti.

Non solo. C’è pure l’effetto domino che rischia di ampliare la platea dei beneficiari. Non a caso, dopo la vittoria delle toghe, hanno iniziato a muoversi anche i professori universitari e i militari, che fanno parte del personale di diritto pubblico, e possono quindi giocarsi la stessa carta. Nelle scorse settimane i sindacati di ricercatori e docenti hanno già attivato l’iter per un ricorso collettivo. La frana, dunque, potrebbe farsi valanga.