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Ventotene e l'odio fra famiglie. Tutta l'isola a cena per fare pace

di Elisa Calessimartedì 13 ottobre 2026
Ventotene e l'odio fra famiglie. Tutta l'isola a cena per fare pace

3' di lettura

Si può vivere per decenni nello stesso paese, calpestare lo stesso fazzoletto di terra, persino essere vicini di casa, addirittura avere legami di sangue, e non parlarsi più. Addirittura odiarsi. E tante volte - quanti potrebbero raccontarlo quell’odio si tramanda di generazione in generazione, di padre in figlio, di cugino in cugino. Fino a non sapere nemmeno più l’origine di questi rancori. E più l’odio è antico, più, se si prova a risalire la genesi, si scopre che la causa è minuscola. O comunque sproporzionata agli effetti. A volte nemmeno si sa più qual è. Nei paesi di campagna spesso sono questioni di confini, che risalgono alla notte dei tempi, quando ancora non esistevano atti notarili o i terreni si segnavano con alberi o canali. In città sono questioni ereditarie, terrazze confinanti, piccoli abusi.
È così dappertutto. Ma nei piccoli paesi, dove lo spazio ridotto costringe le persone a incontrarsi anche se non lo vorrebbero, tutto si amplifica.

MOTIVI FUTILI
Ancora di più se il paese è un'isola, con un confine potente come il mare. E così accade molto spesso che nelle isole, specie le più piccole, a dispetto di quello che il turista immagina quando arriva per qualche giorno, covano, sotto la superficie paradisiaca, conflitti fortissimi e che si tramandano da decenni. Magari per motivi futili o che nemmeno più si sanno. Per uno sgarbo di qualche avo perso nella notte dei tempi. Ha senso continuare così? Siamo pochi, spesso abbandonati dalle istituzioni e in più divisi. E’ questa la riflessione che ha convinto un gruppo di 40enni di Ventotene, l’isola pontina dove fu scritto il celebre Manifesto, dove Sandro Pertini fu confinato, più di recente famosa come location di svariati film, a organizzare quella che hanno chiamato la Cena di Babette, dal nome del racconto di Karen Blixen, da cui fu tratto l’omonimo film, “Il pranzo di Babette”.

Motore dell’iniziativa è stato Daniele Coraggio, presidente dell’associazione “Ventotene mia”, nato nell’isola, innamorato di ogni suo metro, instancabile nel tentare di risolvere i tanti problemi che ci sono. Insieme a lui, si sono dati da fare anche Anna Impagliazzo, titolare del ristorante Il Giardino, e la famiglia Pennacchio, proprietari dell’Hotel Mezzatorre. «Dovevamo mandare l’invito per posta, ma alla fine ci sono stati problemi e così abbiamo cercato ogni ventotenese personalmente - ci racconta Coraggio -. Volevamo mettere per la prima volta insieme tutti gli isolani, farli sedere alla stessa tavola. Un modo per dire che bisogna finirla con le rivalità, le fazioni, gli odi. Siamo tutti della stessa isola, se ci facciamo la guerra tra di noi, come possiamo sperare che altri ci aiutino?».

La cena si è svolta venerdì scorso. Il progetto iniziale prevedeva una grande tavolata in piazza. Di forma quadrata, in modo che non ci fossero i capi tavola. A causa del maltempo, ci si è dovuti spostare nella scuola del paese, intitolata ad Altiero Spinelli. Ma l’esperimento ha funzionato. Gli chef di due ristoranti, La terrazza di Mimì (del Mezzatorre) e Il Giardino, si sono occupati del cibo. Mast’Aniello, altro ristorante, di portare tavoli, sedie e stoviglie. Menù rigorosamente con piatti isolani, ma preparati da chef di alto livello: crostino di burro e bottarga, purpetiello (piccoli polipi) e lenticchie, cremoso di patate alle erbe con stracotto di seppia, tonno in crosta di sesamo. «È stata la prima volta che tutti gli abitanti si sono seduti allo stesso tavolo. Non è mai successo da quando l’isola è stata colonizzata, cioè dal 1772».

RICOSTRUIRE LA COMUNITÀ
Su circa 400 residenti, ad accettare l’invito sono stati in 224. Si è mangiato, si è stati insieme. Ma soprattutto si è iniziato a fare pace. «Lo scopo - continua Coraggio, - è di ricostruire la comunità, che soprattutto negli ultimi decenni si è divisa anche a causa della politica, che anziché eliminare le fazioni le ha rafforzate. Con alcuni amici ci siamo detti che bisogna finirla. Vogliamo ricreare uno spirito di appartenenza, far parlare un paese in cui le persone, tra loro, si parlano sempre meno». Celeste, 4 anni, è stata la commensale più giovane. Il più anziano è stato Biagio, 81 anni, ex operaio dell’Enel. Trentasei i camerieri, tutti studenti dell’Istituto alberghiero di Formia. Tre i tavoli. «Vorremmo rifarla ogni anno a fine estate, farla diventare una tradizione», racconta ancora Coraggio. Perché poi la pace, come si insegna ai bambini (ma ne hanno bisogno di più i grandi), si costruisce così. Facendola con chi hai più vicino. Magari cominciando dalla tavola.