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La frase choc dei maranza mentre devastano Milano: ecco cosa urlano

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martedì 20 ottobre 2026
La frase choc dei maranza mentre devastano Milano: ecco cosa urlano

2' di lettura

C’è una frase che sembra attraversare ogni immagine, ogni video, ogni gesto di sfida: «Facciamo quello che vogliamo» riportata sul Corriere. Poche parole, apparentemente innocue, che però racchiudono una questione molto più profonda della semplice voglia di ribellarsi. Perché dietro quell’affermazione può nascondersi il desiderio di libertà, ma anche la convinzione che tutto sia lecito, che ogni limite sia un’ingiustizia e che il rispetto delle regole sia soltanto un ostacolo da abbattere. Gli scontri di Milano, raccontati attraverso le fiamme, i lacrimogeni, le vetrine infrante e i video pubblicati sui social, offrono uno spaccato inquietante di questa contraddizione. La protesta non si esaurisce più nella piazza: continua sugli schermi, si trasforma in un contenuto da condividere, la rabbia diventa immagine,  spettacolo e il gesto più estremo rischia di essere premiato con ciò che oggi sembra avere un valore crescente: visualizzazioni, commenti e approvazione digitale.

I numeri raccontano la dimensione degli incidenti: sono stati portati in Questura più di 200 persone  di cui circa 80% sono minorenni si parla di ragazzi di 13 anni, il bilancio diffuso dal Dipartimento della Pubblica sicurezza ha dichiarato che a  Milano sono stati registrati 17 arresti, di cui 5 minorenni, e 22 denunce. In Italia, il bilancio complessivo è stato di 28 arresti, 43 denunce e 141 operatori delle forze dell’ordine feriti.  Ma oltre la cronaca c’è un elemento che interroga: il ruolo dei social. TikTok e Instagram diventano il palcoscenico sul quale la rabbia viene filmata, montata e rilanciata. La protesta non si limita più a occupare una piazza: cerca un pubblico, raccoglie visualizzazioni e rischia di premiare proprio le immagini più provocatorie.

A colpire è anche il cosiddetto “kit” a disposizione di questi vandali: cappuccio, sciarpa, passamontagna e bomber, elementi ricorrenti nell’immaginario dei cortei e nelle immagini diffuse online. Il vero palcoscenico, però, è lo smartphone: su TikTok e Instagram gli scontri si mescolano a musica trap, provocazioni e pose studiate per attirare l’attenzione.  I numeri raccontano la dimensione degli incidenti: sono stati portati in Questura più di 200 persone  di cui circa 80% sono minorenni si parla di ragazzi di 13 anni, il bilancio diffuso dal Dipartimento della Pubblica sicurezza ha dichiarato che a  Milano sono stati registrati 17 arresti, di cui 5 minorenni, e 22 denunce. In Italia, il bilancio complessivo è stato di 28 arresti, 43 denunce e 141 operatori delle forze dell’ordine feriti.  Ma oltre la cronaca c’è un elemento che interroga: il ruolo dei social. TikTok e Instagram diventano il palcoscenico sul quale la rabbia viene filmata, montata e rilanciata. La protesta non si limita più a occupare una piazza: cerca un pubblico, raccoglie visualizzazioni e rischia di premiare proprio le immagini più provocatorie.