Se ne va Sigfrido, con quei toni in bilico tra velleità avanguardistiche e ricadute da commedia vanziniana che ormai sono la cifra della sua comunicazione, se ne va postando sulle note di L-O-V-E di Nat King Cole e danzando ancora una volta in bilico sul principio di verosimiglianza. «L è per come mi guardi/ O è per l’unica persona che vedo/ V è qualcosa di davvero straordinario/ E è persino più di quanto chiunque tu adori possa essere». È il ritornello della canzone, sembra un dialogo involontario (?) con l’unica persona che Sigfrido giudica alla sua altezza: se stesso allo specchio. E anche il testo che accompagna il video (rigorosamente) in soggettiva del Ranucci dedito a imbastire gli scatoloni nel suo (ex) ufficio Rai esordisce con la perentorietà solenne dell’eroe tragico, piuttosto che con la continenza consigliata a chi ha dato credito a un “amico” il cui concetto di amicizia è piazzare bombe finte per lanciare carriere politiche.
«L’avevo messo in conto e ho sempre cercato di immaginare come sarebbe andata: mi sono figurato tanti scenari, ma mai avrei pensato a modalità così mostruose». Eccole di seguito (avvertenza: sconsigliamo la lettura a chi è facilmente impressionabile): la rimozione dopo più di 9 anni dalla conduzione di Report, per decisione sovrana dell’azienda Rai che ha scorto nella saga ranuccian-lavitoliana con epicentro al Cefalù Bistrò di proprietà di Valterino un lievissimo problema di credibilità, decisione avvalorata da una sentenza del Tribunale del Lavoro di Roma che ha rigettato il ricorso di Sigfrido. Diciamo che quanto a “mostruosità” siamo giusto un gradino sotto i giornalisti russi spediti nei campi di lavoro dell’Artico, ma Sigfrido non arretra: «Non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Rifarei tutto, perché ho scelto di difendere dei principi». La libertà di stampa in primis, che per lui significa l’obbligo di affidargli la conduzione di Report in saecula saeculorum.
Non è un’iperbole, è il sugo della storia come aveva provato a cucinarlo recentemente: «Un piano globale, con noti terminal nell’informazione controllata dalla destra italiana» il cui «obiettivo è la delegittimazione del giornalismo indipendente». Cioè di se stesso. Qui eravamo un gradino sopra Woodward, Bernstein e il Watergate, ma quantomeno Sigfrido era sceso rispetto ai paragoni con cui aveva debuttato al gran ballo dell’automartirio: Falcone, Borsellino e Aldo Moro. Nel passo d’addio, ha ridotto ulteriormente le pretese: «A volte scegliere serve a spiazzare, a trasformarsi in pastori maremmani per indicare la strada agli altri».
L’analogia canina è un classico ranucciano, per lui è l’immagine perfetta del giornalista d’inchiesta che mostra la via e protegge il gregge (se ne deduce una considerazione non altissima del suo pubblico, ma certamente anche l’assenza di problematiche di autostima). In ogni caso Sigfrido è ispirato, e mentre passa in rassegna l’oggettistica da inscatolare, tra un corno rosso «letteralmente fregato» a Luigi De Magistris durante un’intervista e una statuetta di Diabolik che «mi ha portato molta fortuna fino all’ultimo», spiega anche la scelta della colonna sonora. «Durante i funerali di Agnès Lassalle, l’insegnante di spagnolo di Saint-Jean-de-Luz uccisa da un sedicenne, il suo compagno ha deciso di renderle omaggio ballando davanti alla bara sulle note di L-O-V-E, la loro canzone. All’improvviso tutti i presenti hanno cominciato a danzare, trasformando la commozione in condivisione».
La cessazione di un rapporto di lavoro come il tramonto violento di un’esistenza, a qualcuno potrà suonare vagamente blasfemo, ma è perché siete a digiuno di post-modernismo ranucciano. «Trasformare il dolore in resilienza: è quello che farò, con la promessa di rivederci prima o poi». È un tormentato processo catartico, quello che attende l’eroe Sigfrido. Un romanzone che trovò ridondante persino l’ex compagna d’avventura Milena Gabanelli, quando mise il famigerato like al post di Corrado Formigli che sbugiardava Sigfrido sulla (presunta) presa di distanza da Lavitola. Intanto, nella realtà Ranucci, l’alter-ego dell’eroe, chiude la porta dietro di sé, turbato da un fatto imprevisto. Stamattina la targa col suo nome non c’è più, eppure il giornalismo è ancora vivo.




