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La banalità dell’amico

A un anno dall'attentato Ranucci parla di tutto, da Report ai nazisti. Ma non cita mai Lavitola, il mandante della bomba
di Lucia Esposito sabato 17 ottobre 2026
La banalità dell’amico

1' di lettura

Un anno dopo Sigfrido Ranucci ricorda l’attentato con un post su Facebook intitolato «La banalità del male», come il saggio della filosofa ad Hannah Arendt che nel 1961, a Gerusalemme, seguì il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Ricorda l’ora della bomba, ringrazia chi gli vuole bene, denuncia che l’attentato è stato il pretesto per togliergli Report, pubblicizza il suo spettacolo ad Albenga ma non dice una parola su chi quella bomba l’ha fatta mettere. Non un boss mafioso, non un politico colpito da una sua inchiesta, non l’eversione nera né la mala albanese. L’amico con cui si sentiva quasi tutti i giorni. Valter Lavitola, reo confesso, giura di aver agito per fargli rafforzare la scorta. La procura e la gip sostengono che il progetto del faccendiere fosse quello di accrescere la popolarità del giornalista per lanciarlo in politica come possibile leader del Campo largo. A Gerusalemme Arendt si aspettava la ferocia di un mostro accecato dall’odio e trovò soltanto il grigiore di un burocrate che eseguiva ordini. Dietro l’attentato Ranucci indicava tanti possibili nemici, ma ha trovato soltanto il suo amico. La banalità dell’amico.