Alla fine scontri, lacrimogeni, saccheggi, bandiere pro Pal e devastazioni varie sono arrivate anche da noi, sulla scia delle violente mobilitazioni francesi. Gli intellos di sinistra, qua da noi, facevano il tifo da settimane. Si struggevano per la nostalgia dell’assalto al Palazzo d’Inverno, proprio come lo descrive Sergej Eizenshtejn nel suo film “Ottobre”. La battaglia degli ultimi contro la tirannia. Le piazze sono vuote in questo «tempo stanco», scriveva Concita De Gregorio tutta rammaricata.
Corradino Mineo si esaltava addirittura: «In piazza contro le destre, contro rendita e speculazione finanziaria, per il diritto alla casa, alla scuola, a una sanità pubblica. Era ora. È un risveglio...». Montanari era estasiato: «L’Europa della scuola, della casa per tutti, l’Europa della pace. Questi ragazzi sono i nostri maestri». E Goffredo Bettini aspettava con ansia: lasciamo che i giovani si organizzino, lasciamo che si mobilitino, abbandoniamo la pretesa di spiegare loro cosa devono pensare (intervista a L’Espresso).
FIUME DI ODIO
La Stampa faceva di più e meglio: ogni lunedì un inserto di otto pagine “scritto” dagli studenti, si chiama Fuoriclasse e dovrebbe rappresentare lo spaccato giovanile e fotografarne le ansie per il futuro. Intanto l’inviata dello stesso giornale faceva l’apologia delle banlieues: basta stereotipi sui casseurs, qua «c’è la voce di Aisha che scandisce al megafono le richieste davanti al liceo Suger. C’è il bar à vin dentro la lavanderia a gettoni come imprenditoria di ultima generazione, c’è l’eredità culturale, l’energia popolare, la creatività e la fatica».
Dopo questa colata di miele appiccicoso prendono il via i cortei che in Italia hanno compiuto le imprese che la sinistra continua a giustificare, a minimizzare, a condannare a metà: sì, ci sono i violenti, ma che belli questi giovani che scendono in piazza per il loro futuro. Il risultato è che la Francia è vicina al collasso (1800 fermi finora). Da noi siamo a oltre duecento, fra arresti e fermi. Si vedrà nelle prossime ore dove si dirigerà questo fiume di odio.
Intanto la presa di distanza del mondo progressista tarda ad arrivare. Lo scrittore Maurizio De Giovanni, rispondendo a una lettera sempre sulla Stampa, si dice d’accordo con la signora che lamenta il fatto che gli adulti non ascoltano i giovani. In effetti andrebbero vezzeggiati un pochino di più, di ritorno dalla devastazione della libreria Feltrinelli a Torino (ma con la scusa della Palestina libera avevano preso mesi fa d’assalto anche la redazione della Stampa).
Per De Giovanni è tutto chiaro: sono gli infiltrati che commettono le violenze, scene purtroppo cui dobbiamo abituarci – afferma - così come è scontata l’allergia del governo al dissenso. Ma, infiltrati a parte, che belli questi ragazzi puliti dagli occhi scintillanti che manifestano contro le spese militari. Prima erano “sdraiati”, adesso stanno in piedi e dicono no alla guerra, invocano la “diserzione” come la giovane dem Virginia Libero. In quei begli occhi pieni di determinazione, De Giovanni ci ha sentito la voce di Giorgio Gaber che cantava “libertà è partecipazione”. Che meravigliosa notizia, chiosa. Proprio così, testuale, senza nemmeno un minimo di pudore, senza un po’ di vergogna.
LA RABBIA DELLE BANLIEUES
Per fortuna c’è chi ha visto un altro film e lo cita: si tratta dello scrittore Giuseppe Culicchia, che si rifà al film francese “L’odio” che uscì in Francia nel 1995 e metteva a fuoco la rabbia delle banlieues. Ebbene, dopo decenni di sproloqui su inclusione e integrazione – è il suo commento sempre sulla Stampa - a Torino è andato in scena il medesimo film. «I ragazzi incappucciati che hanno devastato anche una scuola elementare appartengono, stando alle indagini, a quelle seconde generazioni che ispirate proprio da quanto sta accadendo a Parigi così hanno deciso di sfogare la loro rabbia. Una rabbia figlia dell’odio che provano per noi. Inutile girarci intorno». Appunto, o chiudiamo gli occhi e ascoltiamo Gaber con le cuffie o finalmente cominciamo a guardarci intorno, a vedere la realtà, avendo il coraggio di dire che non è piacevole.




