La sottile, involontaria comicità che accompagna spesso le declamazioni della sinistra radicale quando incrocia il palcoscenico della storia non conosce limiti. L’ultima perla arriva dalle aule dell’Università Bicocca di Milano, dove lo scorso weekend Moni Ovadia ha deciso di innalzare la posta in gioco del grottesco. Di fronte agli studenti rossi in visibilio ha urlato: «Se il prossimo 25 aprile le associazioni palestinesi non apriranno il corteo della Liberazione, straccerò la tessera dell’Anpi!». Un ultimatum da far tremare le vene ai polsi. Sia mai che l’Anpi, già disastrata di suo, debba pure preoccuparsi di dover rinunciare alla preziosa tessera di Moni. È solo che, a voler fare un minimo di attenzione alla logica e alla storiografia, due discipline da tempo messe al bando nelle assemblee studentesche, l’idea di collocare la Palestina alla testa del corteo della Liberazione dal nazifascismo fa sorgere più di un problemino.
Ma il timore della figuraccia non sfiora certo il Nostro. Del resto, nomen omen, a fare il “mona” è secondo solo ai collettivi rossi di Cambiare rotta che hanno avuto la brillante idea di invitarlo a parlare alla Bicocca insieme al palestinese Ilyas Abu Safiya, figlio di Hussam Abu Safiya, attualmente rinchiuso nelle carceri israeliane. Se andassero a rispolverare i manuali sulla Seconda guerra mondiale, scoprirebbero che la leadership palestinese dell’epoca si schierò, come oggi loro chiedono di fare a tutti. Peccato che lo fece dalla parte opposta rispetto a quella dei partigiani. Erano i tempi in cui il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, il leader massimo del nazionalismo palestinese del tempo, risiedeva comodamente a Berlino, ospite d’onore di Adolf Hitler. Tra una chiacchierata con il Führer sul «problema ebraico» e la propaganda via radio in lingua araba per incoraggiare il massacro degli Alleati, il Gran Muftì si diede persino da fare per reclutare le SS musulmane nei Balcani. Se i mona della Bicocca lo sanno e fingono di non sapere, è grave. Se non lo sanno proprio, è peggio.
Tra invettive contro il ddl antisemitismo e scioperi generali invocati nei microfoni delle aule al solo scopo di creare caos in strada, l’attivismo d’accademia travalica ogni confine di ridicolo. Viene da chiedersi se Moni non sia rimasto vittima di una vocale di troppo. O se magari non sia l’unico comunista ad essere coerente, così tanto da voler rendere quel faticoso e stanco rituale d’aprile precisamente ciò che è: un ring tra fazioni che riscrivono i fatti a proprio uso e consumo.




