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Da fasciosfera a capocrazia: le parole usate per inventare allarmi

Privi di argomenti credibili, opposizione e media progressisti attaccano il governo manipolando logica e vocabolario
di Tommaso Lorenzinidomenica 11 ottobre 2026
Da fasciosfera a capocrazia: le parole usate per inventare allarmi

3' di lettura

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha festeggiato a Bari il 4 settembre scorso il traguardo di 1.413 giorni in carica, diventando così il più longevo della storia della Repubblica e si prepara a tagliare il quarto anniversario, quello del 22 ottobre dal conferimento dell’incarico. «Ma tanto non dura», ripetevano a sinistra compatti (forse l’ultima volta in cui lo sono stati), inaugurando un quadriennio all’insegna della diffusione di allarmi democratici di ogni tipo ancora oggi strillati dappertutto.

Essendo incapace di contrastare l’esecutivo sul piano politico e dei fatti, la strategia principale dell’opposizione è stata manipolare le parole, inventare neologismi, affidarsi a ragionate crasi per suscitare apprensione, fabbricare casi inesistenti, portare la gente in piazza. Molle per alimentare un disagio sociale costruite ad arte per sfruttare, non per definire realmente qualcosa. «L’ultima possibilità di evitare la capocrazia», sbattuta in prima pagina ieri da Repubblica, è un’altra perla da aggiungere alla collana delle balle. Capocrazia. Il riferimento è alla legge elettorale appena varata (il Melonellum), poco meno di un colpo di Stato per le sinistre e i media di area che adesso - ovviamente - sperano nei giudici della Consulta per cancellarla. Lo spauracchio sventolato è quello che, se vince il centrodestra alle Politiche 2027, automaticamente sarà instaurato un regime che neanche il Ventennio... Roba ridicola già smentita: le simulazioni effettuate dagli analisti politici e dagli istituti di ricerca (come YouTrend) indicano addirittura che con la nuova legge elettorale l’attuale maggioranza di governo rischierebbe di ottenere meno seggi o persino di perdere la maggioranza assoluta. Eppure si va verso la «capocrazia», anche questa andrà messa nel nuovo vocabolario a far compagnia alle altre definizioni in voga. Come Telemeloni. La crasi in assoluto più fortunata e diffusa, entrata perfino nel vocabolario dei neologismi Treccani.

Nata per denunciare la presunta «occupazione» della Rai da parte della maggioranza, viene usata per descrivere il palinsesto dell’emittente pubblica orientato verso narrazioni vicine al governo. Una balla colossale smontata lo scorso maggio dall’Osservatorio di Pavia: l’esecutivo Meloni è il meno presente fra quelli monitorati a partire dal 2008. Fasciosfera. Qui si va sul raffinato, ricorrendo a un termine giornalistico usato per definire la galassia giovanile, culturale o mediatica vicina a Fratelli d’Italia e ritenuta nostalgica della destra radicale. Ducetta. Un diminutivo satirico usato dagli oppositori più radicali per accusare la premier di atteggiamenti autoritari o accentratori, evocando ironicamente il Duce. È un termine sarcastico che galvanizza i già convinti e comodo strumento per aizzare i violenti in piazza, quelli che spesso appendono a testa in giù poster o fotografie della premier. Almeno qui, la sinistra raggiunge il proprio obiettivo. Complimenti. Melonomics. Sarebbe il tentativo di riproposizione del celebre Reaganomics, usato spesso con tono critico o scettico da economisti e commentatori progressisti per indicare la ricetta economica del governo: una miscela di corporativismo, assistenzialismo mirato e prudenza fiscale. La critica è che manchi una visione di lungo periodo, e che la prudenza dei conti si accompagni a una scarsa spinta alla crescita. Peccato che tutte le agenzie di rating abbiano confermato la solidità della nostra economia, pur con tutte le criticità. E poi via con «amichettismo», «familismo di Stato», «premierato assoluto», «Sindrome dell’underdog», «garantismo a targhe alterne», «vittimismo di governo», «#noMeloniday», «la destra destra». Il sospetto è che fra poco il campo largo chiederà perfino a Mina la disponibilità ad esserne il leader. Come faceva? «Parole, parole...».