Il più lesto di tutti è stato il presidente della Regione Campania, Roberto Fico. Poi è arrivato quello della Puglia, Antonio Decaro. La sinistra al governo delle regioni del Sud ha lanciato la sua sfida alla legge sull’autonomia differenziata, dopo il via libera dell’ultimo Consiglio dei ministri alle intese con quattro regioni, annunciando una serie di ricorsi alla Corte Costituzionale. Fico ha definito la legge promossa da Calderoli un «provvedimento scellerato che farà aumentare le diseguaglianze nel nostro Paese».
Ovviamente, si tratta di una affermazione gratuita che non trova riscontro nel testo della legge, che anzi garantisce un livello standard nelle prestazioni valido su tutto il territorio nazionale. Così come non si può definire il provvedimento, come ha fatto Decaro, «uno scippo ai diritti dei cittadini delle regioni più fragili. Non possiamo permettere che ci sottraggano medici, infermieri e risorse». A quanto risulta, i più bravi fra i medici e gli infermieri meridionali già oggi fuggono al Nord, o addirittura all’estero, ove trovano un ambiente più favorevole per lavorare, in strutture di eccellenza capaci di usare in modo razionale le risorse a propria disposizione. Si dimentica poi, o si fa finta di dimenticare, che la Costituzione, già in un uno degli articoli fondamentali (il quinto), «riconosce e promuove le autonomia locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento».
Riconoscere i più ampi livelli di autonomia e autogoverno è infatti, per la nostra Carta, una modalità atta a rafforzare la democrazia e la sovranità popolare, avvicinando governati e governanti, e quindi rendendo più forte lo stesso Stato centrale. D’altronde, come avrebbe potuto essere altrimenti quando fra i Padri Costituenti c’era una influente e trasversale corrente federalista che annoverava nomi di rilievo come Calamandrei e Sturzo, Einaudi e Lussu? Ma, si sa, per la sinistra la Costituzione è “cosa nostra” e va esaltata e osannata ma solo quando è in linea con le proprie idee.
È quindi evidente che la presa di posizione dei governatori è del tutto strumentale, politica. E dice molte cose sullo stato della sinistra odierna. Prima di tutto, l’incapacità di accettare una sconfitta per via democratica, appellandosi ai giudici e alla suprema magistratura per invalidare leggi regolarmente approvate in Parlamento.
Poi l’allergia, in cui si sono distinti particolarmente i pentastellati, al principio di responsabilità, cioè all’etica specifica dell’uomo politico. Provvedimenti come il reddito di cittadinanza o i bonus elargiti a destra e manca, cosa altro sono stati se non un invito a non impegnarsi più di tanto nella vita, a non essere fino in fondo responsabili delle proprie azioni, a contare sempre in ultima istanza sulle munifiche mammelle dello Stato che tutto risolve e appiattisce?
L’autonomia, e in genere ogni prospettiva federalista, a ben vedere non è altro che un appello alla responsabilità, all’uso accorto delle risorse, alla capacità di eliminare le sacche di inefficienza e la inevitabile corruzione che si annida in una gestione centralizzata della spesa. Essa aiuta, in prospettiva, proprio le regioni del Sud. E non è perciò un caso che molti fra i più grandi federalisti della storia italiana siano stati meridionali, da Salvemini a quel Guido Dorso che auspicò cento anni fa una “rivoluzione meridionale” federalista.
L’autonomia, sottolineava Dorso, è uno dei metodi più efficaci per far emergere e selezionare una classe dirigente degna del nome, responsabile e attenta al “bene comune”, che è poi a ben vedere ciò che è mancato in passato, e continua a mancare oggi, al Mezzogiorno d’Italia.




