Giorgia Meloni ha fatto sapere attraverso l’agenzia Adnkronos che non intende firmare il decreto che, fra aumenti di stipendio e arretrati, destina quasi un miliardo di euro ai magistrati. Il presidente del Consiglio ha parlato di un problema di coscienza, in un momento congiunturale fortemente critico per l’economia europea che il governo sta affrontando con molta difficoltà riuscendo a tenere la situazione sotto controllo. A dire il vero, è anche una decisione politica forte, che ha un valore doppio in un tempo in cui la politica ha quasi dismesso di fare il proprio mestiere, che è quello di opporre il suo potere sovrano agli automatismi e ai vincoli burocratici, interni ed esterni, che ne limitano fortemente l’azione. Ed è una decisione che svela al tempo stesso la cattiva coscienza di una parte influente e dirigente della magistratura, che parla e sentenzia contro le diseguaglianze sociali ma poi tratta se stessa come una casta privilegiata a cui è permesso ciò che agli altri non è. Occorre insistere su questi due punti. Cominciamo dal secondo.
CASTA AUTOREFENZIALE
Qui non si tratta di colpevolizzare una categoria, che fra l’altro annovera nelle sue fila persone di eccezionale valore sia umano sia per senso civico. Si tratta, piuttosto, di rilevare una contraddizione evidente che non si coglie spesso e che non si riesce a sciogliere. La magistratura, a cui ovviamente uno stato democratico deve garantire libertà e indipendenza, è andata costituendosi negli anni come una casta autoreferenziale, un corpo burocratico autonomo, irresponsabile di fronte alla società di cui fa parte, che risponde solo a se stessa e si autogiudica e assolve per i propri errori anche gravi. L’autonomia, garantita dalla Costituzione e che nessuno deve toccare, si è trasformata in separatezza, il che è contrario alla Carta e alla sana dialettica democratica. È una involuzione ben nota, propria di ogni burocrazia, la quale quasi naturalmente tende ad accrescere e preservare il proprio potere se non è fermata da contrappesi adeguati. Teorici come Vilfredo Pareto o Gaetano Mosca hanno scritto pagine persuasive e sempre valide su questo argomento. Ed è proprio l’incapacità che il nostro Stato ha mostrato di creare questo sistema di pesi e contrappesi, la canèa che si è sollevata ogni volta che la politica ha cercato non di imbavagliare i magistrati ma di stabilire i fisiologici limiti della loro azione, che ha portato a questa situazione.
È successo nel recente referendum, interpretato strumentalmente come un attacco alla Costituzione mentre era una via per provare ad attuarla nel suo spirito originario. Ed è probabilmente ciò che succederà dopo queste ultime dichiarazioni della Meloni. È questo il circolo vizioso che non si riesce a spezzare. In tutto questo a soccombere e ad essere sacrificata è proprio la politica, la quale dovrebbe porsi come una scelta fra alternative diverse e quindi seguire programmi ben definiti, sottoposti al vaglio degli elettori, e invece spesso è costretta ad operare secondo automatismi fungendo da mero notaio di decisioni maturate, come in questo caso, in ambito tecnico. Anche questo aspetto è stato ben evidenziato dagli studiosi, sin dai tempi di Carl Schmitt: le nostre società tendono a spoliticizzarsi, con economia e diritto che si astraggono dalla realtà e pretendono dalla politica la semplice certificazione di decisioni da loro prese in sede autonoma. Quella che dovrebbe essere una neutralizzazione dei conflitti sociali finisce però per essere un vulnus per la democrazia e per la tanto decantata “sovranità popolare”.
SESSANTOTTINI
La quale non è mai “neutra” per principio così come “neutri” non sono di fatto nemmeno le decisioni prese in sede non politica che si vorrebbero far apparire tali. A tutto questo, in Italia si è aggiunta l’azione di un’ideologia che, maturata in clima sessantottino, ha conquistato settori importanti della magistratura, finendo per politicizzare oltre misura la sua azione. All’esercizio della giustizia si è assegnato un compito di promozione degli ideali di giustizia sociale e dell’uguaglianza, di difesa di minoranze giudicate spesso a torto discriminate e ai cui appartenenti vengono “perdonati” con più facilità che agli altri crimini e misfatti più o meno gravi, di correzioni di storture più o meno presunte presenti nel processo democratico.
Una parte della magistratura si è così attribuita un ruolo salvifico di difensore della moralità pubblica. Con tutte le contraddizioni e i cortocircuiti che una tale postura comporta. In effetti, il puro da una parte trova sempre sul suo cammino uno più puro di lui pronto a metterne in luce le incongruità e a delegittimarlo; e dall’altro finisce per non applicare a se stesso ciò che vuole sia applicato ai normali cittadini. Se a tutti in questo momento sono chiesti sacrifici, i magistrati possono astenersene accampando la forza di diritti acquisiti. Insomma, come nella orwelliana fattoria degli animali, tutti sono uguali ma qualcuno può ben essere più uguale degli altri.




