Giorgia Meloni tiene duro e non firmerà il DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che è obbligata a sottoscrivere a seguito della sentenza del Consiglio di Stato. Una decisione dolorosissima in tempi di crisi. Quasi un miliardo è il salasso per le casse pubbliche. Ma nel contempo è festa per tutti i magistrati. Possono arrivare ad incassare fino a 70.000 euro una tantum e da oggi in poi fino a 20.000 euro all’anno. Ovviamente i conti per ciascun giudice dipendono dal suo grado di anzianità. Per comprendere la vicenda bisogna rispondere con ordine a tre domande: (1) come si è creato e risolto questo contenzioso? (2) cosa ha deciso di fare Giorgia Meloni? (3) quali i possibili sviluppi derivanti dall’annunciata decisione di Palazzo Chigi? Partiamo domanda. Il primo ad averci scritto è stato Gianni Trovati sul Sole24Ore. L’obbligo di sborsare questo ben di Dio deriva da un paio di sentenze del Consiglio di Stato. E questo esborso dovrebbe trovare spazio nella legge di bilancio 2027. I magistrati fanno parte del «personale in regime di diritto pubblico».
Ogni tre anni i loro stipendi sono aggiornati in base agli aumenti medi che hanno ricevuto gli altri dipendenti pubblici (quelli con contratto collettivo). Il governo, con un DPCM del 6 agosto 2021 (quindi con Draghi a Palazzo Chigi) ha disciplinato il metodo con cui questo incremento deve essere calcolato. Ebbene il Consiglio di Stato con due sentenze (6003 e 6004 del 2025) ha bocciato questo metodo perché ritenuto troppo «tirchio». Il Tar aveva invece dato ragione in primo grado al dalla prima Governo. Il Consiglio di Stato ha invece rovesciato la pronuncia. I motivi che hanno indotto il giudice amministrativo di massimo grado a dare ragione ai magistrati sono molto tecnici. Ma non più di tanto.
Secondo il Consiglio non si teneva conto degli aumenti del personale delle Alte Autorità Indipendenti (tipo Garante della Privacy, Arera, Antitrust etc) e soprattutto veniva usato un criterio per il calcolo della media degli aumenti che si basava sulla cosiddetta media ponderata. In altre parole il Governo non faceva una media aritmetica semplice degli aumenti. La faccio semplice. In Italia ci sono un milione di insegnanti. Una qualsiasi authority può arrivare invece ad avere in organico qualcosa come 250-300 dipendenti. Se questi si vedono aumentare lo stipendio del 20% e gli insegnanti del 6%, la media aritmetica semplice sarebbe 13% supposto che ci siano solo queste due categorie. In realtà le categorie sono molte di più.
STIPENDI ESAGERATI
Ma il governo nel 2021 aveva introdotto dei correttivi perché nel calcolo della media si tenesse conto - direi giustamente - del fatto che le categorie sono diverse quanto a numerosità di dipendenti. Il Governo dava cioè più peso a categorie numerose ma con stipendi più bassi. Il governo ha provato a resistere alla richiesta dei magistrati che invece volevano la media aritmetica semplice. Ma ha dovuto soccombere. La cosa curiosa è che questo generoso ricalcolo si applica anche ai magistrati amministrativi. In altre parole il consiglio di Stato decidendo su questa materia è come se avesse di fatto un po’ deciso anche sulla sua retribuzione.
Il timore ora è che una volta affermatosi questo principio, anche altre categorie potranno richiedere lo stesso trattamento. Il rischio è che si apra un cratere senza fine per i conti pubblici. E qui si arriva alla seconda delle domande che ci siamo posti all’inizio. Giorgia Meloni comunica “urbi et orbi” che non intende firmare il DPCM obbligata a sottoscrivere. La mossa è politicamente sensata e comprensibile a tutti. I margini della manovra sono ristretti. E su una legge di bilancio di 23 miliardi dovrebbe impiegarne uno per “appena” 11mila magistrati. Un conto da quasi un miliardo che è 10 volte quello che il premier si sta affannando a trovare per gli autotrasportatori che non riescono a far fronte al caro gasolio. Tutti gli elettori comprendono una cosa del genere. Giorgia Meloni afferma che quel DPCM non lo firmerà mai e, nel contempo, si dichiara disponibile a dialogare con l’Anm. Questa però ha subito fatto sapere, attraverso il vice segretario Celli, che non intende saperne. In pratica batte cassa. A questo punto quali scenari si aprono? Ecco che si arriva alla terza e ultima domanda che ci siamo posti all’inizio. Se i magistrati tengono duro chiedendo l’applicazione forzata della sentenza, sarà nominato un commissario “ad acta” che firmerà ciò che Meloni si rifiuta di sottoscrivere. Va detto che una decisione del genere sarebbe un casus belli di dimensioni ciclopiche tale da condizionare l’esito della legislatura in quest’ultimo scorcio. Diventerebbe un argomento di campagna elettorale devastante e totalizzante. Allacciamo le cinture perché si vola.




