Sentenza

Carlo Tavecchio: "La serie A sarà costretta a giocare"

Francesco Perugini

Carlo Tavecchio chiede qualche minuto di pazienza al suo interlocutore. Ha appena ricevuto la notizia della morte del dirigente di una squadra con cui aveva condiviso tanti anni sui campi della Lombardia. È un triste rituale in queste settimane per il mondo dilettantistico che spinse questo 76enne ex bancario fino al vertice della Federcalcio nel 2014 (e fino al tracollo "svedese" di fine 2017). «Il virus è stato come una guerra. In Italia ci sono 85mila società sportive dilettantistiche, di cui 11mila di calcio e 500-600 a Bergamo e Brescia. Quanti sono i dirigenti anziani scomparsi in queste settimane? Chi prenderà il loro posto?».

È anche per il calcio minore che si deve ripartire a tutti i costi?
«La Figc ha l' interesse di portare a termine i campionati per salvare il sistema che si poggia sui professionisti. La questione sanitaria va tenuta in considerazione, ma non si può sottovalutare l' indirizzo dell' Uefa che dice: "Prima finite i campionati". I vertici europei sanno che tutte le leghe sono appese ai diritti tv».

Solo questione di soldi?
«Se gli accordi per i diritti tv non saranno accolti, la tragedia sarà immane. Perché questi soldi sono già stati anticipati finanziariamente dalle banche ai club: pensate all' ondata di ritorno se la stagione non riprenderà. Nel 2017 da commissario della Lega contattai broadcaster mondiali, ma non fu possibile cambiare nulla perché ogni società aveva impegnato i diritti prima di incassarli. E il problema riguarda tutti: i cadetti prendono 60 milioni di mutualità, la C circa 25, i Dilettanti dieci. Senza queste entrate le società minori falliscono o quasi».

Quali sono i mali del sistema?
«Per me la madre di tutte le battaglie era la riforma dei campionati: ci sono troppe società professionistiche, si doveva passare a 20 squadre in A e in B e due gironi al massimo in C.
Anche se l' ideale sarebbero state tre divisioni da 18. I campanili, gli interessi politici e il "circo" che ruota al pallone hanno impedito questa riforma. Il risultato? Fallimenti pazzeschi di club e di aziende rovinate dalle spese dei presidenti. Ora leggo, invece, che la C propone di aumentare l' organico a 69».

I club di A sono giganti coi piedi d' argilla?
«Ci sono schiere di avvocati pronte a portare il pallone in tribunale se la stagione non terminerà regolarmente. Nella massima serie le società sono poco capitalizzate, poco liquide, troppo legate alle banche: come fa ad andare avanti un' azienda se i costi del personale sono l' 80% del fatturato? Inseguono tutti la chimera della cessione da 100 milioni che sistemi i conti, ma capita solo una o due volte nella vita».


Eppure tanti presidenti dicono di non voler ripartire...
«C' è chi punta a rimanere in A, anche a costo di mettere a rischio il sistema. Faccio un esempio: ho appena pagato l' abbonamento a Sky e lo farò anche a maggio. Ma quanti sono quelli come me? Mi parlano di tante disdette per vedere il calcio a pagamento (ma gli operatori smentiscono, ndr). Se sarà confermato lo stop alla stagione, Sky e le altre pay tv non vorranno pagare l' ultima rata. E a quel punto un sistema che fattura 3-4 miliardi l' anno esploderà per 200-250 milioni di mancati introiti dalle tv. E si chiederà l' intervento dello Stato. Con un Paese in condizioni drammatiche, chi potrà mai dare soldi a un mondo in cui il più "fesso" prende un milione di euro all' anno?».

Il governo però non sta di certo aiutando...
«Il ministro Spadafora si trincera dietro la questione sanitaria, ma non so se abbia un piano per il mondo dello sport. Le associazioni dilettantistiche svolgono una funzione sociale, surrettizia dello Stato, ma sono guidate da 65-80enni. I giovani quando vengono chiamati per prima cosa chiedono: "Quanto mi date?"».


Nemmeno il Coni pare d' aiuto.
«Il Coni è sempre chiuso nei suoi appartamenti "pontifici". Gli hanno tolto la cassa, passata nelle mani di Sport & Salute, ma parliamo di 400 milioni. Sono briciole per il sistema sportivo. Nei miei tre anni e mezzo di di gestione i contributi alla Figc sono calati da 70 a 35 milioni: la filosofia del Coni è sempre stata quella di penalizzare il pallone».

Il calcio, quindi, dovrà salvarsi da solo?
«La Fifa ha promesso 2,5 miliardi di aiuti, ma ha 211 Paesi affiliati. La Figc non ha risorse proprie: serve un piano, meno club e una pianificazione che riduca i costi del personale. Solo una società in Italia, la Juve, fattura oltre i 500 milioni e può muoversi libera rispettando il fair play finanziario. Che, secondo me, sarà abolito».