Conseguenze della guerra

Wimbledon, paura per la vittoria di Medvedev? Cacciati tutti i giocatori di Mosca: è razzismo

Renato Farina

Gli atleti russi e bielorussi sono banditi dal prossimo torneo di Wimbledon, a Londra, dove il tennis si erge, anzi si ergeva, a monumento di civiltà: lealtà, fatica, eleganza, persino gloria. La guerra è crudele, folle. Questo si sa. Ma rende anche molto stupidi. Fa regredire l'umanità persino laddove c'è la presunzione di un'intelligenza superiore, come nel circolo privato più esclusivo della galassia, l'All England Lawn Tennis and Croquet Club, per gli amici semplicemente All England Club. Ha la sua sede a Church Road, Wimbledon, Londra, Inghilterra, l'indirizzo più prelibato che esista per un gentlemen. È proprio lì che si inventò nel 1877 il citato torneo, e da allora lo si organizza e se ne stabiliscono le regole senza render conto a nessuno se non all'onore e a un'idea di bellezza intuibile in quella pallina che viaggia velocissima e poi magicamente si spegne contro le leggi della fisica ma non della poesia. Stavolta ha obbedito non all'essenza dello sport ma a quella merda che è la guerra. Che sprofondamento dall'Everest ai tombini della propaganda, che non aiuta neanche un po' la pace, anzi è una cannonata alla schiena di ragazzi e ragazze la cui colpa sta nel colore del passaporto, nell'appartenenza a un popolo, dichiarato in blocco nemico del genere umano. Avremmo dovuto aspettarcelo, eppure speravamo nel miracolo di una fraternità almeno a Wimbledon.

 

 

 

COMITATO OLIMPICO

A fine febbraio il consiglio del CIO (Comitato internazionale olimpico) aveva stabilito l'esclusione degli atleti russi dalle competizioni internazionali. È stata una decisione che ha portato alla esclusione di squadre e singoli della stirpe di Dostoevskij e Solzenicyn dalle Paralimpiadi - il colmo! si amputa l'anima a chi magari ha già subito un'amputazione- e da dozzine di altri importanti eventi sportivi internazionali. La squadra di calcio russa è stata cancellata dalle qualificazioni per la Coppa del Mondo. All'inizio di questa settimana, persino la maratona di Boston è stata travolta da questa voglia di apartheid, ed è stato impedito di correre a russi e bielorussi. Addio Wimbledon, oh cara. Almeno tu potevi resistere. L'All England Club non dipende dal Cio, non deve rendere conto a organismi sovrannazionali, non avrebbe subito sanzioni, poteva dettare una strada dove l'odio non detta legge e non mette al bando gli innocenti, anche se il loro capo è un criminale. Sarebbe stata una scelta simbolicamente simile a quella del Papa con la XIII Stazione della Via Crucis al Colosseo dove Irina e Albina, una infermiera ucraina e una studentessa russa, in silenzio si guardavano prefigurando la pace, o almeno la possibilità di una fraternità, che sa giudicare dove stia l'aggressore e l'aggredito, ma non pone gesti di rivalsa verso chi non ha colpe se non quelle della propria origine nazionale.

CARNEFICI

Addio Wimbledon, ciao sport, dove te ne sei andato? Al diavolo! Almeno Wimbledon, invece no. Il tennis lì va (andava...) oltre sé stesso, è (era) l'effigie lucente dello sport che travalica sé stesso, è violenza e tenerezza, mima la guerra ma in fondo la uccide, l'erba è molto più dell'erba, è oro verde, il prato è pettinato come fece Raffaello con la chioma degli angeli. Dominano fair play, rispetto, Magna Charta: è - era - l'Inghilterra dello humour infinito di un Thomas Moore che un attimo prima di essere decapitato sa consegnare ai carnefici la sua fede e il suo sorriso. Invece ecco la dichiarazione ufficiale dopo il soffiare delle indiscrezioni: «Esprimiamo la nostra solidarietà all'Ucraina, condividiamo la condanna internazionale alle azioni illegali della Russia: dato il profilo dei Championships in Gran Bretagna e nel mondo, è nostra responsabilità limitare l'influenza della Russia in ogni modo possibile. Sarebbe inaccettabile acconsentire a far trarre al regime russo qualsiasi beneficio dalla partecipazione dei tennisti russi e bielorussi al torneo di Wimbledon di quest' anno». I bene informati già avevano fatto trapelare la notizia ai primi di aprile, per saggiare l'effetto che avrebbe fatto. Il timore - secondo Eurosport inglese - era che a vincere il torneo fosse il numero due delle classifiche mondiali, Danil Medvedev. Anche il Telegraph aveva messo in campo l'ipotesi del giovamento all'immagine di Putin se fosse toccato al russo il trionfo, considerata un'eventualità inaccettabile. "Inaccettabile" è la parola che ha usato a Mosca il portavoce di Putin, Peskov: useranno questa decisione in chiave propagandistica, mostrando come l'Occidente non voglia tanto umiliare lo Zar ma un popolo intero che si riconosce nei suoi sportivi più bravi. Era più civile sospendere Wimbledon, che mettere in scena una pantomima che con la solidarietà non c'entra nulla. E imparenta il Regno Unito di Sua maestà Elisabetta II all'Iran degli ayatollah che sistematicamente vieta ai suoi atleti qualsiasi contatto fisico sportivo con gli israeliani. Il caso più recente è quello di Saeid Mollaei, lo judoka iraniano al quale nel settembre 2019 è stato ordinato di perdere intenzionalmente la semifinale del Campionato mondiale di judo a Tokyo per evitare un potenziale incontro in finale contro l'israeliano Sagi Muki.
Ma già nel 2004 alle Olimpiadi di Atene atleti persiani avevano rifiutato di battersi con campioni "sionisti".

 

 

 

CONQUISTA

A noi pare che questa sia una applicazione in peggio del politicamente corretto, una sorta di allargamento della cancel culture che si perfeziona orrendamente in cancellazione della dignità e dei diritti della persona, una sorta di responsabilità oggettiva che assume i connotati di un invito allo scatenamento dell'odio verso i russi perché russi. Manca solo che qualcuno scriva un fake-libello, simulando nei dettagli un piano di conquista del pianeta ad opera del popolo russo, sul modello dei falsi "Protocolli dei Savi di Sion", che provocò pogrom nell'impero zarista e in Galizia. Wimbledon ripensaci. La magnanimità, una parole dolce - dice un proverbio russo - spezza russo - spezza le ossa dei tiranni.