La caratteristica principale della Lazio capolista è avere un grado di unione diverso dalle altre. Non è tecnico, non è economico, è un nylon teso tra le solitudini di chi si porta dietro il sapore della sconfitta. E' lo stesso filo che a Roma teneva insieme chissà come la banda di scapestrati di Tommaso Maestrelli: un gruppo di scarti di periferia e talenti feriti che nel 1974, da neopromossi, seppero scalare il cielo partendo dal nulla. In panchina stavolta c'è Rino Gattuso, sbarcato a Formello la scorsa estate a tre mesi di distanza dalla drammatica notte di Zenica.
A Roma ha trovato un ambiente esplosivo, una tifoseria in aperta contestazione e una rosa assemblata da Claudio Lotito e dal ds Angelo Fabiani con la consueta chirurgia del risparmio, pescando tra svincolati (complice l’obbligo di mercato a saldo zero), scommesse mai sbocciate e profili irriconoscibili dopo il disastrato Sarri 2.0. Proprio dentro questo disagio condiviso, il tecnico calabrese ha erogato il propellente per una cavalcata epica fatta di sei vittorie e un pari nelle prime sette giornate di campionato (mai accaduto nemmeno alle Lazio scudettate), culminata nel fragoroso 3-0 rifilato alla Juve a Torino.
PARABOLA
Basta dare un’occhiata tra i pali, dove la parabola di Christos Mandas enciclopedizza questo riscatto: ingaggiato dall’OFI Creta per poco più di un milione e rimasto a lungo all’ombra dei titolari fino al rientro dal prestito al Bournemouth, il portiere greco è stato trasformato da Gattuso nel titano della porta biancoceleste: oltre 26 parate da inizio anno e almeno 5 gol evitati, nessuno in serie A ne ha sventati tanti quanti lui. Lungo la corsia è tornata la straripanza fisica di Nuno Tavares, prelevato dall’Arsenal per appena 5 milioni dopo annate frammentate e restituito a una continuità fatta di accelerazioni e assist sfornati a ripetizione. Per non dire delle novità al centro della retroguardia: Danilho Doekhi e Diogo Leite, strappati a parametro zero dall’Union Berlino, e soprattutto Josip Sutalo, 40 presenze in nazionale croata arrivato dall’Ajax per 3 milioni più 6 di bonus. Era già in rosa uno dei giustizieri della Juve, Oliver Provstgaard, 23 anni, pescato al Vejle in Danimarca per 4 milioni totali. Un altro acquisto sulla corsia di sinistra, Alfonso Pedraza, è arrivato sempre senza sborsare un euro dal Villarreal.
A destra, invece, c’è l’altro 23enne Romano Floriani Mussolini, prodotto dal vivaio. Per disegnare il suo centrocampo di Gattuso ha stalkerizzato Davide Frattesi, tornato nella sua squadra del cuore per appena 22 milioni complessivi. Ma la vera magia è stata rivitalizzare Reda Belahyane, 22 anni, preso a 10 milioni dall’Hellas Verona un anno e mezzo fa e rimasto sempre ai margini. Oggi è titolare fisso. Sorte simile a quella di Tijjani Noslin, considerato ormai fuori dal progetto e invece ha già messo a segno 2 gol e 2 assist (dietro di lui scalpita Pinamonti, una rete in campionato, arrivato dal Sassuolo in prestito oneroso di 3 milioni con riscatto di 11). Infine Gustav Isaksen: lui e Noslin, in totale, sono stati pagati 27 milioni e a lungo bollati come incompiuti. Ebbene, questa cooperativa del riscatto macina chilometri con fame feroce, e senza il boato di un Olimpico ancora vuoto. O forse proprio per quello. Alla maniera della leggendaria avventura di Maestrelli, la Lazio di Gattuso vuole dimostrare che il calcio si costruisce anche unendo le ferite di chi, non avendo nulla da perdere, sceglie di correre verso l’immortalità.




