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L'ultimo italiano in concorso

L’italiano agli Oscar è…un tedesco. Con un grande film

L’italiano agli Oscar è…un tedesco. Con un grande film

Sono stati resi noti ieri i nove nomi della shortlist da cui saranno selezionati i cinque concorrenti all’Oscar 2016 per il Miglior film straniero. Eliminato l’italiano Non essere cattivo (opera postuma di Claudio Caligari) resta però un film un po’ italiano perché italo-tedesco è il regista, Giulio Ricciarelli. Il labirinto del silenzio è un film necessario e assai bello. Speriamo che entri nella cinquina e poi sbaragli gli altri quattro. Nel 1958 il pubblico ministero Johann Radmann scova alcuni documenti coi quali darà il via, combattendo un trasversale muro opposto da chi preferirebbe tacere e dimenticare, al processo contro i membri delle SS in servizio ad Auschwitz. Il rischio di perdersi nel labirinto del silenzio è alto, ma Radmann riuscirà ad uscirne. «Diversamente dai processi di Norimberga, quelli di Auschwitz sono ancora oggi ignoti alla maggioranza delle persone», afferma il produttore Jakob Claussen. Grazie al film, in sala dal 14 gennaio, non più. Abbiamo intervistato il regista.

Una società tace per annullare, per dimenticare una responsabilità?
«Sì. Io lo capisco, anche. La Germania era traumatizzata e distrutta. Negare significa anche non voler sapere una cosa così grave che si preferisce dimenticarla».

La psicanalisi considera la negazione un meccanismo di difesa.
«Sì, un mio amico mi ha preso da parte dopo aver visto il film raccontandomi di aver ricordato a trentacinque anni di esser stato abusato da bambino. La coscienza nega per non crollare. Ci neghiamo tutti la coscienza della nostra futura morte, altrimenti non andremmo avanti. Però, in questo caso, era una malattia della società tedesca degli anni 50. Prima di lavorare al film non mi ero reso conto che fosse stato così».

Lei è cresciuto in Germania.
«Sono nato a Milano da padre perugino e madre tedesca, quando avevo quattro anni ci siamo trasferiti in Germania».

Si sente sostanzialmente tedesco e formalmente italiano?
«No... Mi sento quasi più italiano che tedesco. Con questo nome italiano in Germania vengo preso per italiano, il mio nome è difficile anche da scrivere per un tedesco. L’identità dipende anche da come si viene percepiti. Quando sono in Italia, invece, col mio italiano imperfetto mi sento molto tedesco e anche i miei parenti mi dicono “No, no, tu sei tedesco”. Insomma, mi sento un ibrido».

Come le è venuto il desiderio di esordire con un film tanto coraggioso e impegnativo? Ci si aspetterebbe che fosse stato girato da uno statunitense, non da un europeo.
«Vero. La mia formazione è di attore innanzitutto teatrale. Poi, mi è venuta voglia di fare regia, prima di cortometraggi. Stavo cercando una storia per un lungometraggio. L’ha trovata Elisabeth Bartel, con la quale ho scritto la sceneggiatura. Mi dicevo che sull’Olocausto c’erano già tanti film belli, ma poi ho trovato questa storia così affascinante. Quando ho capito che avevamo avuto il finanziamento, mi è venuta una grande paura, non ho dormito per due settimane dalla tensione. Poi alla fine mi sono detto che era una storia importante e avrei fatto del mio meglio per raccontarla».

È una specie di patata bollente che lei ha preso in mano, da italo-tedesco, per porgerla al pubblico tedesco, che però ha accolto benissimo il film.
«Sì. Ero stupito di quanto fosse ancora viva questa storia anche nelle famiglie. Una donna mi ha raccontato che avevano una cassetta con le carte del nonno che non osavano aprire perché non volevano sapere cosa avesse fatto durante la guerra: è un’immagine freudiana fortissima. Un’altra mi ha spiegato che dalla pubblicità del film aveva capito che un membro della sua famiglia era stato incriminato in questo processo. Una giovane psicologa è venuta a dirmi che aveva saputo solo pochi anni prima che metà della sua famiglia fosse morta ad Auschwitz e che suo nonno, che sembrava essere impazzito a fine vita, era solo crollato. Tanti sopravvissuti non riuscivano a parlare di quanto avevano visto nei campi di concentramento, perché era troppo. E per proteggere gli altri dall’atrocità di quei ricordi».

Non sempre dare parole al dolore permette di elaborarlo. Primo Levi si tolse la vita, pur dopo aver scritto Se questo è un uomo proprio sull’esperienza del lager. Forse, nei sopravvissuti, oltre al ricordo permane un senso di «colpa» per essere sopravvissuti.
«Sì. Nel film il pittore Simon si chiede: “Perché io sono sopravvissuto?£. Il fatto dell’Olocausto è centrale nell’umanità. Come si può avere ancor speranza se un essere umano fa questo ad un altro essere umano? Tutta la cultura europea post Olocausto sta ancora lottando su questo».

Per esempio non vengono ristampati i libelli antisemiti in cui Céline dileggiava il supercapitalista ebreo, trasformando una già opinabile critica di classe in una questione razziale.
«Ci caddero in tanti, anche Heidegger. Mi fanno spesso domande su La banalità del male della Arendt, ma io trovo quasi più interessante che lei fosse l’amante di Heidegger, che era una delle teste più brillanti del secolo e nazista e lo fu fino alla fine, senza mai prendere le distanze».

C’è anche adesso in Germania qualche figura di riferimento che relativizza l’orrore dell’Olocausto?
«No. Farlo è la strada più veloce per essere esautorati. Lo scrittore di gialli turco-tedesco Akif Pirincci ha dichiarato, parlando degli immigrati: “Sono fortunati che non ci sono più i campi”. Il giorno dopo tutte le case editrici lo hanno abbandonato. La società tedesca è molto chiara e severa sul suo passato. Negare l’Olocausto è un reato penale. Il neonazismo è un fenomeno che va contenuto. Si deve vigilare perché quell’orrore non si ripeta».

Oggi tocca agli europei venire accusati, insieme con gli americani, di essere i «supercapitalisti sfruttatori» dalle popolazioni del centro-sud del mondo. Popolazioni che però, molto spesso, accogliamo quando migrano. È il passato che si ribalta?
«Io ho una reazione di profonda tenerezza verso gli immigrati».

C’è un gran disordine in Italia derivante dalla cattiva gestione dell’accoglienza degli immigrati. In Germania c’è più ordine?
«Sembrava così, ma ci sono anche zone a Berlino dove tutto questo è diventato un caos. I migranti aspettano per essere registrati, al freddo, ci sono tanti bambini... Si vuole aiutare, anche se la società tedesca è già piena. Ci sono molti luoghi nei quali, quando si sa che il giorno dopo arriveranno cento profughi, la notte subiscono incendi e proteste da parte di quei cittadini tedeschi che non li vogliono. È preoccupante. Non ha niente a che fare col nazismo. Sono persone sfortunate che non hanno nulla, vedono arrivare altri dall’Africa ai quali viene dato aiuto e...».

Quindi è una situazione simile alla nostra?
«Sì. Quest’anno è arrivato un milione di profughi. A Berlino centomila, in una città dove è già difficile trovare casa e lavoro per chi è già lì. Penso che l’accoglienza sia ispirata anche dalla nostra storia, anche i commentatori esteri la vedono così: il tedesco, dopo esser stato cattivo, compie un gesto umanitario accogliendo».

La doverosità del bene dopo la banalità del male?
«Sì».

Gemma Gaetani

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