La storia è cominciata nel 2006 quando l’Italia vinse il titolo mondiale a Berlino e agli albori di Calciopoli. Allora il nostro campionato era considerato il migliore del mondo, adesso è uno dei peggiori. In quell’anno un dirigente della Juventus, il dottor Giraudo, disse: «Noi ce ne andiamo, vedrete quelli che verranno». Per intendersi “quelli” erano e sono Gravina e compagni. E li stiamo vedendo.
Mentre quei dirigenti che dovettero dimettersi, dopo aver collaborato a vincere il mondiale, furono anche messi alla gogna, con il processo Calciopoli, magari per paura che venissero chiamati ad occupare la poltrona tanto cara a Gravina. Per questo motivo l’avvocato Benedetto, allora giudice sportivo in Figc, rassegnò le dimissioni irrevocabili nel mani di Guido Rossi, commissario a quel tempo della Federazione Calcio, con queste parole: «Siccome voglio andare a letto con la coscienza pulita, considerando che non condivido il vostro modo di trattare persone per bene che fanno il bene di questo sport, rassegno le mie dimissioni irrevocabili». Ed Enzo Biagi, grande giornalista ed uomo libero, gli faceva eco: «Una sentenza pazzesca perché colpisce chi era colpevole solo di vivere in un certo ambiente, il tutto condito da un processo “Calciopoli” che era una riedizione della Santa Inquisizione in chiave moderna. Vuoi vedere che hanno individuato in Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino per coprire scandali di dimensioni ciclopiche come Laziogate, Telecom, ecc.?».
Questo è quello che succedeva in quei tempi per cui ora non dovremmo trovarci impreparati davanti alla umiliazione di questi giorni: la sconfitta con la Bosnia e la conseguente ulteriore mancata qualificazione al mondiale. D’altra parte se una qualsiasi azienda non va bene per tanto tempo si suol dire che il pesce puzza dalla testa, che a dirigere c’è gente che non sa dirigere: è il caso del calcio italiano, dove il disordine sembra organizzato.
Ad abundantiam ci sembra utile ricordare che un grande condottiero, Napoleone Bonaparte, preferiva i generali fortunati a quelli bravi, nel caso nostro purtroppo abbiamo un “generale” (Gravina) che oltre ad essere un perdente è anche sfortunato, ma abbarbicato alla “poltrona” che difenderà a spada tratta, magari incolpando tutti dei suoi insuccessi, persino il Governo. Siccome però il calcio ha bisogno di gente nuova, adesso si deve resettare tutto senza tener conto di niente e di nessuno.
Noi sappiamo quanto Gravina ami sedere sulla poltrona di comando ma deve essere rimandato a Castel di Sangro, suo luogo di origine, e se non basta il Consiglio Federale, a cui Gravina si rimette senza vergogna perché conta di avere ancora degli amici, deve essere il ministro Abodi, a vestirsi una tantum da ministro mandandolo a casa nell’interesse dell’azienda calcio e senza se e senza ma. Magari commissariando la Federazione, se occorre.
Però intanto si può dire che in quello stadio e dopo quella sconfitta le lacrime di Gattuso erano vere e sincere perché Gennaro ama veramente il calcio, a differenza di altre situazioni in cui le emozioni sembravano costruite per la circostanza.





