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Mafia: arresti Ragusa, indagine partita da sequestro scarpe con materiale nocivo

di AdnKronos domenica 27 ottobre 2019

2' di lettura

Palermo, 24 ott. (Adnkronos) - Tutto è iniziato con il sequestro di calzature contenenti materiale nocivo per la salute avvenuto nel 2014. Sono partite proprio da quel sequestro le indagini coordinate dalla Procura di Catania e condotte dalla Squadra mobile di Ragusa e Catania che all'alba di oggi hanno portato all'esecuzione di 15 arresti, dieci in carcere e cinque ai domiciliari. In quella occasione veniva ipotizzata l'esistenza di un’organizzazione dedita al traffico di rifiuti plastici, acquisiti da imprese di raccolta e stoccaggio aventi sede nelle province di Ragusa e Catania ed esportati in Cina, dove gli stessi venivano utilizzati per la fabbricazione di scarpe, poi importate in Italia e commercializzate pur contenendo sostanze tossiche. Nell’ipotesi investigativa, le materie plastiche di scarto - provenienti dal territorio ibleo – venivano recuperate prevalentemente dai teloni di copertura degli impianti serricoli del vittoriese, e risultavano inquinate da agenti altamente tossici (fitofarmaci e pesticidi). Veniva così avviata una complessa ed articolata attività di indagine, svolta dalla Squadra Mobile di Catania e di Ragusa con il coordinamento del S.C.O. della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, dalla quale emergeva che le "principali imprese vittoriesi attive nel settore della raccolta e trasformazione di rifiuti plastici si approvvigionavano dei teli di copertura periodicamente dismessi dalle serre presenti nel territorio ricompreso fra le provincie di Ragusa, Siracusa e Caltanissetta". Si accertavano anche attriti e contrapposizioni tra gli interessati durante il periodo di dismissione dei teli di copertura delle serre, anche in virtù del rilevante valore economico del settore, pari a svariati milioni di euro all’anno. "Di conseguenza vi era una forte concorrenza tra le aziende che si occupavano della raccolta della plastica, le quali cercavano di ottenere il monopolio, anche attraverso il ricorso all’intimidazione mafiosa", dicono gli inquirenti.

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