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Cassazione: malata di 'shopping compulsivo', niente alimenti a ex moglie

domenica 24 novembre 2013

2' di lettura

Roma, 19 nov. (Adnkronos) - Il coniuge malato di 'shopping compulsivo' non ha diritto agli alimenti in caso di separazione. Il motivo? Le spese senza controllo configurano una "violazione dei doveri matrimoniali" al pari di un tradimento. Lo ha stabilito la Cassazione, confermando il no all'assegno di mantenimento nei confronti di una signora pisana, P.M., separata dal marito, che non riusciva a frenarsi negli acquisti e, arrivando anche a sottrarre soldi ai familiari, faceva spese sempre più frequenti e dispendiose comprando vestiti, borse, gioielli costosissimi. In primo grado, l'ex marito E.P., era stato condannato a mantenere la ex con duemila euro al mese. Somma annullata dalla Corte d'appello di Firenze (maggio 2008) che addebitava la separazione alla consorte, escludendo conseguentemente l'assegno di mantenimento, proprio alla luce dello 'shopping compulsivo'. Contro l'addebito della separazione e il conseguente congelamento degli alimenti, P.M. ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di non poter essere imputabile anche alla luce del test Rorscarch - cui era stata sottoposta in appello - che aveva diagnosticato una "nevrosi caratteriale repressa" sfociata in "shopping compulsivo, caratterizzato da impulso irrefrenabile ed immediato ad acquistare e da una tensione crescente, alleviata soltanto da acquisti" folli. Piazza Cavour ha respinto il ricorso della ex moglie e ha evidenziato che la donna era "profondamente conscia della sua patologia" tanto che si doveva escludere "l'incapacità di intendere e di volere". La Prima sezione civile - sentenza 25843 redatta da Massimo Dogliotti - ha sottolineato che "sicuramente i comportamenti riscontrati, pacificamente sussistenti (furti di denaro ai familiari e a terzi, acquisti particolarmente frequenti e fuori misura) configurano violazione dei doveri matrimoniali ai sensi dell'art. 143 c.c.". La moglie affetta da 'shopping compulsivo' è stata pure condannata a sborsare tremila euro di spese processuali.

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