Roma, 13 - (Ign) - Duecento scatti che raccontano la sacralità dell'esistenza quotidiana da un capo all'altro del mondo. Un'esperienza vissuta in terre tra loro lontanissime, magari aspre, per mettere a fuoco il momento della preghiera. Quella spiritualità catturata in un volto, in un gesto, in un luogo o in un frammento di vita che svela l'anima profonda dei popoli. Tradotto: è emozione pura l'antologica del giapponese Kazuyoshi Nomachi, prima assoluta in Occidente, in mostra fino al 4 maggio al Macro, ex mattatoio di Roma. Kazuyoshi Nomachi è sempre stato un fotografo documentarista, sin dal suo primo viaggio nel Sahara quando aveva venticinque anni. In Africa è rimasto affascinato dai grandi spazi e dalla forza della gente che vive in ambienti così difficili. Per oltre 40 anni, intorno al tema "della preghiera della ricerca del sacro", ha rivolto la sua attenzione alle più diverse culture tradizionali che sono l'espressione di popoli che abitano nelle terre più aspre, ai quattro angoli del mondo. Nomachi ha saputo cogliere la spiritualità che percorre quei paesaggi di unica e straordinaria bellezza, dove i ritratti e le figure umane assumono una dignità assoluta e si fondono con il contesto in composizioni quasi pittoriche, dominate da una luce abbagliante, reale e trascendentale al tempo stesso. Nomachi nasce in Giappone nel 1946 a Mihara, un villaggio nel Distretto di Hata, Prefettura di Kochi. Studia alla Kochi Technical High School e inizia a scattare fotografie fin dall'adolescenza. Nel 1969 studia fotografia con Takashi Kijima. Nel 1971 inizia la sua carriera come fotografo pubblicitario free-lance e l'anno successivo compie il suo primo viaggio nel Sahara, dove rimane colpito dalle dure condizioni di vita degli abitanti di un ambiente così ostile. Decide a quel punto di dedicarsi al foto-giornalismo. Quasi a fare da contrappunto alla sua lunga esperienza nel riarso deserto matura in lui l'ispirazione del Nilo come tema, "Il Nilo, perenne flusso d'acqua che mai si prosciuga scorrendo nell'arido Sahara". È questo concetto che dal 1980 guida la sua ricerca lungo il Nilo Bianco, dal delta fino alla fonte in un ghiacciaio dell'Uganda, poi lungo il Nilo Blu fino alla sorgente negli altopiani dell'Etiopia. Strada facendo, il fotografo cattura nei suoi scatti la forza dell'ambiente e della gente di questa vasta regione dell'Africa. Dal 1988 rivolge la sua attenzione all'Asia. Mentre esplora le aree occidentali della Cina, viene attratto dalle popolazioni che vivono nelle estreme altitudini del Tibet e dal Buddismo. Questo incontro lo porta, fra il 2004 e il 2008, a visitare quasi l'intera area di cultura tibetana, spingendosi poi alla scoperta delle origini nelle terre del sacro Gange, dove nacque l'Induismo. Dal 1995 al 2000 Nomachi accede alle più sacre città dell'Islam e viaggia per cinque anni in Arabia Saudita, avendo l'opportunità di fotografare il grande pellegrinaggio annuale alla Mecca e a Medina. E' stato così il primo a documentare in modo ampio e approfondito il prodigioso pellegrinaggio di oltre due milioni di musulmani verso la loro città santa, la Mecca. Dal 2002 visita anche gli altopiani delle Ande, il Perù e la Bolivia, per indagare l’intreccio fra cattolicesimo e civiltà Inca, ricerca che prosegue a tutt'oggi. Raccolte in 12 grandi edizioni antologiche, le sue fotografie sono pubblicate in tutto il mondo e appaiono nelle principali riviste di fotografia, come The National Geographic, Stern eGEO. ll 'fotografo della preghiera' negli anni si è aggiudicato numerosi e prestigiosi riconoscimenti per i suoi lavori. La mostra al Macro ('Nomachi, Le vie del sacro'), allestita in sette sezioni da Peter Bottazzi, è promossa dall'Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, dal MACRO - Museo d’Arte Contemporane a Roma e da Civita, con il sostegno di Canon e con la collaborazione di Crevis e della Fondazione Italia Giappone. Il catalogo è pubblicato da National Geographic Italia.