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Storie di sacrificio quasi sempre senza successo

La vicenda di due atleti fermati da guerra e infortuni e quella di uno dei tanti tennisti sconosciuti: la vita oltre la performance
di Francesco Musolino lunedì 26 gennaio 2026

3' di lettura

C'è una letteratura sportiva che nasce non dall’apice, ma dalla frattura. Da quel preciso momento in cui il successo si incrina, il corpo cede e la storia si spezza. Cosa accade quando i riflettori si spengono e tace anche la folla sugli spalti? In questa traiettoria si collocano con forza Grazia e Rosso Volante, due libri che rimettono al centro lo sport come esperienza morale e storica, ancor prima ancora che agonistica. Biografie d’autore in cui la caduta diventa una chiave per leggere anche il Novecento italiano.

Con Grazia (Solferino, pp.320 €20,50 dal 23 gennaio), la giornalista Federica Seneghini, racconta la storia della talentuosa atleta Grazia Barcellona. La prima pattinatrice azzurra alle Olimpiadi invernali, cresce nella Milano del Ventennio, in un Paese che chiede corpi docili e allineati, funzionali alla propaganda. Il ghiaccio del Palazzo di via Piranesi viene narrato come uno spazio ambiguo: promessa di libertà e insieme luogo di controllo. Seneghini racconta gli allenamenti severi, la disciplina, la divisa impeccabile ovvero uno sport che confina con l’immagine stessa dello stato. Poi la guerra interrompe tutto.

Le bombe distruggono il Palazzo del ghiaccio, la carriera si ferma, il corpo si indebolisce e Milano viene sfregiata. La vera forza del romanzo non sta nell’ascesa, ma nella sospensione: negli anni in cui Grazia non gareggia, perde fiducia e fatica a riconoscersi come sfollata.

A St. Moritz nel 1948 - le prime Olimpiadi del dopoguerra- può finalmente tornare all’amato ghiaccio come un atto che ribadisce la sua intiC’ ma identità, in parallelo all’ascesa politica della madre, Giovanna Boccalini, pioniera dello sport femminile. Per l’atleta dei tempi d’oro significa esporsi di nuovo e accettare il limite. Grazia – ispirato a fatti reali- racconta il corpo femminile come campo di battaglia e al contempo, come una insperata possibilità di rinascita.

Con Rosso Volante. La leggenda di Eugenio Monti e del suo incredibile bob (Solferino, pp. 256 €18 dal 16 gennaio) lo scrittore Stefano Rotta racconta le vicende di Eugenio Monti, uno dei più grandi bobbisti di sempre, simbolo di uno sport giocato contro il tempo e il proprio corpo.

Rosso per il colore dei capelli, “volante” perché nessuno come lui sa sfrecciare sulla neve: fu Gianni Brera ad attribuire questo soprannome a Eugenio Monti e Rotta narra una storia segnata da incidenti, fratture, dolore fisico e tanta ostinazione. Ma la sua leggenda nasce proprio da una rinuncia. Alle Olimpiadi di Innsbruck del 1964, Monti presta un bullone che si rivelerà decisivo per gli avversari britannici, permettendo loro di gareggiare e vincere la medaglia d’oro.

È un gesto che spezza la logica della competizione totale tanto osannata e che ridefinisce il senso stesso della vittoria. Un atto sportivo che non si esaurisce in quel frangente, al contrario, diventa una chiave di lettura di una vita fatta di cadute e ritorni, trionfi e rincorse, mostrando come la vera grandezza non coincida con il risultato, ma con i valori scelti e difesi con i gesti, non soltanto con le parole e i motti. Monti non è l’eroe invincibile, piuttosto, è l’atleta che attraversa il limite e decide cosa gli permette di guardarsi allo specchio ogni mattina, con fierezza. Con buona pace di chi non capisce le sue scelte.

A fare da controcampo contemporaneo c’è Quasi farcela (Mondadori, pp. 264 €20) il memoir dell’ex tennista irlandese Conor Niland, racconto dall’interno di uno sport che vive di gerarchie invisibili. «I grandi del tennis sono spesso conosciuti con il loro nome di battesimo – Roger, Rafa, Serena – mentre noialtri siamo conosciuti con un numero: quello del piazzamento nel ranking».

Ecco il tennis come piramide spietata, dove poche decine di campioni viaggiano con staff e sponsor, mentre il restante 99% sopravvive in solitudine, tra tornei minori e carriere sospese. Niland restituisce un ritratto inedito del circuito professionistico, un sistema economico fragile, attraversato da zone d’ombra e sacrifici senza garanzia di riscatto.

Sono tre storie di sport che fanno da contraltare al nostro tempo che osanna e celebra la performance continua e il corpo come macchina da spingere oltre il limite. Forse, la vera prova d’autore è quella di restare fedeli a sé stessi quando il ghiaccio si incrina, la corsa si ferma o la pallina finisce out. Ecco, la migliore letteratura sportiva oggi, non serve a celebrare i campioni e a portare nuovi adepti, ma a restituire lo sport alla loro dimensione umana. È lì, spesso, che comincia davvero la seconda vita che può ispirarci, dentro e fuori dal campo.

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