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Gabriele D'Annunzio, così il vate stilò l'accordo sindacale dei marinai

Il Vittoriale acquisisce l’originale del “Patto marino”: un testo per regolare i rapporti tra armatori e lavoratori delle navi
di Paolo Bianchi martedì 10 marzo 2026

3' di lettura

Un Gabriele d’Annunzio in versione sindacale. O quasi. È quello del “Patto marino”, da lui redatto il 21 luglio 1923 con lo scopo di stipulare un accordo fra il governo e i lavoratori degli equipaggi mercantili. La notizia è nel fatto che il manoscritto originale autografo è stato acquisito dalla fondazione Il Vittoriale degli italiani e sarà presentato al pubblico il 14 e il 15 marzo prossimi, cioè questo fine settimana nell’ambito di una festa intitolata “Fatica senza fatica”, per la riapertura del Mausoleo e dell’Auditorium, completamente ristrutturati e rinnovati.

«I documenti acquisiti dal Vittoriale ci consegnano un’eredità fondamentale: l’idea di un lavoro che non sia solo fatica ma elevazione dell’uomo. Sebbene il Patto Marino non sia mai entrato integralmente in vigore, resta - insieme alla Carta del Carnaro- il testamento politico di un poeta che cercò di fondere l’antico municipalismo italiano con le necessità moderne del proletariato» spiega Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale. Ma in che cosa consisteva questo “Patto marino”? Per capirlo bisogna riassumere in breve le condizioni storiche ed economiche dell’Italia di quel momento. Da meno di un anno governava Mussolini. Come è noto, il paese era stato lacerato negli anni precedenti, durante il governo di Francesco Saverio Nitti, da una serie interminabile di scioperi e lotte fra cui quelle tra armatori ed equipaggi.

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I primi avevano subìto perdite per centinaia di milioni. Subito dopo la Grande guerra i marittimi avevano costituito la cooperativa “Garibaldi”, erede di una Federazione sindacale dei lavoratori del mare nata una decina di anni prima. Ma la cooperativa “Garibaldi” era accusata dagli armatori di concorrenza sleale, dato che otteneva una percentuale delle retribuzioni degli equipaggi e degli addetti portuali. Mussolini e i suoi volevano un rilancio della Marina mercantile italiana. C’era bisogno di un impulso, anche retorico. D’Annunzio prese la penna e scrisse di suo pugno le pagine di questo patto “sine nomine”, non un contratto vero e proprio, ma un accordo atipico basato sull’effettivo adempimento di prestazioni delle parti.

Erano tempi di retorica martellante. Così esordisce il Vate: «Dopo tanto sangue profuso e dopo tanta passione confusa e dopo tanto travaglio sofferto, l’Italia si rinnova dalle fondamenta». Dopodiché parla di «spirito di sacrifizio» e specifica che «...noi vogliamo augurare che la nobiltà della rinnovata Patria possa non troppo tardi addimostrare il suo riconoscimento agli equipaggi della Marina mercantile accordando a essi la “polizza dei combattenti”». Segue un elenco di virtù delle stirpi marinare e poi un testo con le condizioni essenziali dell’accordo in sette articoli, con il fine di regolare le percentuali dei contributi, e soprattutto di costituire un’autorità giudiziale che avrebbe dovuto risolvere le controversie tra lavoratori e datori d’opera. Restava il conflitto con la dura realtà, di cui d’Annunzio cercò di tenere conto stabilendo che i contratti già in atto non potevano subire alcun ritocco se non una volta «superato il disagio economico che tuttavia travaglia la nazione».

Eppure il documento lascia intendere una certa volontà di andare incontro alla parte più debole. Prevede che lo stato onori i crediti verso la “Garibaldi”. Che questa riceva agevolazioni nell’acquisto delle navi-cisterne non più necessarie alla Regia marina e che le famiglie dei marinai dispersi durante la guerra, in particolare quelle dei piroscafi “Luigi Parodi” e “Gaspare” ricevano «le giustissime indennità da troppo tempo attese nell’afflizione e nella miseria». Nell’ultimo articolo si fa riferimento ai turni degli imbarchi e in modo che fra l’altro sia evitata «qualsiasi esclusione persecutrice e qualsiasi privilegio odioso a danno della gente marina d’ogni mestiere e d’ogni comando». Fra gli altri diritti è nominato quello al voto politico degli equipaggi in navigazione.

La documentazione acquisita dal Vittoriale non riguarda però solo il “Patto marino”. Comprende 105 fogli autografi del poeta pescarese e 36 buste, per un totale di 46 lettere, tra cui tre minute autografe di telegrammi a Benito Mussolini, due a Costanzo Ciano e una lettera a Domenico Giulietti, reduce dalla battaglia di El Alamein (morto nel 2022 a 101 anni). Sono inoltre conservati i materiali di Giulietti relativi alla genesi del Patto: un diario manoscritto, diversi appunti e la copia autografa del Patto custodita in una cartella in carta decorata della Bottega d’Arte, accompagnata da una lettera indirizzata allo stesso Giulietti.

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