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La parola della settimana è "Luna"

In latino significa anche "notte" e "lunedì" e identificava la figlia di Zeus e Latona. Con Dante...
di Massimo Arcangeli domenica 5 aprile 2026

2' di lettura

L’origine del nome Luna è un’identica parola latina che significò anche ‘notte’ e ‘lunedì’, oltre a riferirsi alla divinità che la incarnava, figlia di Zeus e di Latona, e a un distintivo – a forma di mezzaluna – apposto sui calzari dei senatori dell’antica Roma.

Il termine latino è imparentato col verbo lucere, i cui significati primari – ‘splendere’ e ‘brillare’ – rimontano a una radice dell’arioeuropeo comune (leuk-) che voleva dire ‘luce splendente’. Anche la Luna – alla lettera: “la luminosa” – ha tuttavia le sue ombre.

Dante, nel secondo canto del Paradiso, chiede a Beatrice di spiegargli la natura delle macchie lunari: «Ma ditemi: che son li segni bui / di questo corpo, che là giuso in terra / fan di Cain favoleggiare altrui?» (vv. 49-51).

La maestra invita l’allievo a esprimere la sua opinione sul fenomeno, non prima di averlo però avvertito dell’inganno prodotto dall’esperienza sensibile in quella materia in cui i sensi non possono fornire alcun supporto all’interpretazione, ed è perciò inutile che la ragione gli vada dietro.

Dante risponde alla sua guida ipotizzando una maggiore o minore densità dell’astro («Ciò che n’appar qua su diverso / credo che fanno i corpi rari e densi», vv. 59-60), secondo una teoria di Averroè (De substantia orbis 2) già esposta nel Convivio (II, XIII, 9), dov’era giunta a lui attraverso l’interpretazione di san Tommaso.

La risposta di Beatrice, che chiude la sua dotta dissertazione esortando il poeta a realizzare un esperimento ottico con l’ausilio di tre specchi, due a una certa distanza dall’osservatore e il terzo a una distanza maggiore, posto fra i due, è debitrice della filosofia scolastica.

Per quanto la luce riflessa dal terzo specchio non sia quantitativamente la stessa non sarà per questo più fioca, perché di identica qualità, di quella riflessa dagli altri due specchi.

La Luna non può perciò presentare una diversa densità di materia in punti diversi del suo volume. Una differente densità non ne spiegherebbe infatti le macchie, che una teoria accreditata al tempo di Dante credeva prodotte da un tortuoso percorso compiuto dai raggi del Sole al suo interno.

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