«Siamo tutti d’accordo che la libertà significa il diritto di essere eretici». È probabilmente il passaggio più celebre e significativo del discorso La difesa della cultura, pronunciato da Gaetano Salvemini al Congresso internazionale degli scrittori tenutosi a Parigi nel 1935. Un manifesto non solo del pensiero di Salvemini, in difesa della laicità dello stato e a condanna di ogni forma di totalitarismo, egli accomuna fascismo e comunismo come regimi tirannici e liberticidi, negatori del pluralismo; ma «base ideale su cui si erge il moderno Occidente e racchiude in sé tutta l’essenza della cultura cristiano-occidentale».
Ci voleva il saggio intitolato per l’appunto Eretici (LuoghiInteriori, 96 pagine, 15 euro) di Salvatore Di Bartolo a farci riscoprire il significato più autentico e meno ipocrita di libertà che, per dirla con George Orwell, è la possibilità di esprimere verità scomode. Scomode per l’ideologia dominante di matrice turbo-progressista, quella che Di Bartolo definisce, equiparandola, «la moderna Santa Inquisizione», mascherata da politicamente corretto, che applicato al linguaggio e, dunque, al pensiero, costituisce il male dei nostri tempi. Lo stesso Vittorio Sgarbi, che impreziosisce il saggio con la sua autorevole prefazione, sottolinea come la bravura di Di Bartolo stia proprio nell’effettuare un parallelo «tra la cruenta stagione dell’Inquisizione cattolica all’era intollerante e censoria eretta sui perversi principi del fascismo del ventunesimo secolo: il politicamente corretto». Contro cui Di Bartolo sferra il suo attacco diretto con una narrazione incalzante, ma al contempo ben curata e documentata, in cui i temi di stringente attualità si annodano tra le pagine, dal virus al clima, dal linguaggio al sesso, come suggerisce il sottotitolo. Non prima di averci catapultato letteralmente nella storia, ricordandoci come proprio attraverso la rigida applicazione di misure di carattere inquisitorio venne realizzata la prima vera unità d’Italia, «non un’unità politica, ma poliziesca», come ebbe a dire il giurista Italo Mereu nella sua Storia dell’intolleranza in Europa.
Proprio il primo capitolo di carattere storico è posto a inizio trattazione dall’autore, che richiama un tridente formidabile di eretici illustri, da Galileo Galilei, che aspirava afar conoscere a tutti la portata delle sue scoperte, ma che la cultura dominante ha fatto passare come un finto credente, fanatico della teoria copernicana e nemico della chiesa, quando fu, invece, non solo il padre della scienza, ma anche uomo di fede. A Tommaso Campanella, che per allontanare l’accusa di aver cospirato contro i governanti spagnoli nel 1599, prima si finse pazzo, poi venne sottoposto a trentasei ore consecutive di torture. Non si piegherà Campanella, nemmeno dopo ventisette annidi prigionia a Napoli.
Nella vicina Nola, nasce l’icona indiscussa della sanguinaria stagione inquisitoria, Giordano Bruno, il cui volto campeggia in copertina, e che prima di essere arso vivo a Campo de’ Fiori, esclamò orgogliosamente: «Forse tremate più voi nell’infliggermi questa sentenza che io nell’accoglierla». Un excursus drammatico ma necessario per comprendere la via del rogo ideale su cui si muove la storia, da torture e roghi inquisitori, a censure e isolamento mediatico. L’eretico, ieri come oggi, va «delegittimato, sconfessato, demonizzato, confinato ai margini della società e costretto all’abiura, pena la lapidazione mediatica».
Un copione, sostiene Di Bartolo, puntualmente replicato nei secoli, con il medesimo schema inquisitorio, ma con un cambio di paradigma. Perché in tempi di politicamente corretto, il concetto di eresia ha smarrito la sua connotazione religiosa o, come puntualizza a ragione Di Bartolo, strettamente legata al credo cattolico. Quest'ultimo sostituito dal «sacro credo verde» della più accattivante religione ecologista, pronta a perseguitare gli eretici del nostro tempo. E per eretici, intendiamo quanti, tra i più autorevoli studiosi del pianeta, si permettano di confutare o anche solo mettere in dubbio posizioni dogmatiche dell’ortodossia climatista. Di esempi, nel capitolo dedicato agli “Eretici del clima”, se ne trovano, per citare l’autore, a bizzeffe, ma riassumiamo: non esisterebbe una vera crisi climatica, né tantomeno attribuibile all’uomo, come sostenuto anche dal nostro Antonino Zichichi, semmai una scienza del clima iper-ideologizzata e settaria, che eleva figure ritenute moralmente superiori e denigra i non allineati al pensiero dominante.
Paradossale, come fa notare Di Bartolo, siano gli stessi che si celano dietro a parole come inclusione, uguaglianza e correttezza. Quest’ultime armi idonee a neutralizzare e anestetizzare anche il linguaggio, «fonte inesauribile di ricchezza e custode della libertà dell’individuo», sottolinea diligentemente Di Bartolo, che conclude: più si limita la possibilità di scelta tra le parole, minori saranno le tentazioni dell’uomo di avventurarsi nei meandri del libero pensiero. Questo vale soprattutto per le giovani generazioni, titolate, ma sempre meno pensanti, anche grazie alla ferocissima stagione censoria “di orwelliana memoria”, che mira a cancellare e scristianizzare la cultura occidentale.