CATEGORIE

Il Moro sbiancato non è una rivoluzione

Fa discutere la scelta del regista Michieletto per la Scala, ma il primo Otello non di colore fu di Bene nel 1979
di Enrico Stinchelli mercoledì 3 giugno 2026

3' di lettura

’Otello “bianco” annunciato per l’inaugurazione della prossima stagione del Teatro alla Scala, con la regia di Damiano Michieletto, viene presentato da molti come una novità clamorosa. In realtà non lo è affatto. Prima di indignarsi o stupirsi, bisognerebbe ricordare che il problema dell’Otello senza blackface esiste da decenni e che il teatro, sia di prosa sia d’Opera, ha già affrontato più volte la questione. Già nel 1979 Carmelo Bene, nel suo provocatorio “Otello o la deficienza della donna”, arrivò addirittura a ribaltare completamente il gioco cromatico: Otello bianco e gli altri personaggi neri. Più recentemente molti teatri internazionali hanno progressivamente abbandonato il tradizionale trucco scuro, fino alla decisione del Metropolitan di New York nel 2015 di rinunciare definitivamente al blackface.

SENSIBILITÀ ODIERNA
Dunque non siamo davanti a una rivoluzione improvvisa, ma all’ultimo capitolo di una discussione che dura da anni. Il problema, semmai, è un altro. Perché è vero che la sensibilità contemporanea rende sempre più problematico il ricorso al blackface, ma è altrettanto vero che certe soluzioni finiscono per produrre effetti involontariamente comici o addirittura grotteschi. Otello, nel dramma di Shakespeare e nell’opera di Verdi, è il Moro di Venezia e la sua diversità non è un dettaglio marginale: è uno degli elementi che alimentano il sospetto, l’isolamento, la fragilità psicologica del personaggio.
Anche chi sostiene che il colore della pelle non sia l’aspetto decisivo dell’opera riconosce che la sua alterità costituisce una componente fondamentale del dramma. Del resto Verdi e Boito non avevano alcun dubbio sul fatto che Otello fosse nero. Nei carteggi preparatori il compositore scherza più volte sul nuovo lavoro definendolo il “cioccolatte”, soprannome ormai celebre fra gli studiosi verdiani e nelle indicazioni drammaturgiche il protagonista resta sempre il “Moro”, come del resto compare esplicitamente nel libretto.

VERNICI IMPROBABILI
Ma qui nasce il cortocircuito. Per oltre un secolo i teatri hanno cercato di risolvere la questione ricorrendo a ogni genere di trucco e il risultato non sempre è stato felicissimo. Chi frequenta l’Opera da molti anni ricorda Otelli color pece o melanzana, Amonasro dipinti con vernici improbabili, facce annerite con risultati che oscillavano tra il folklore e la caricatura. Occhi azzurri, tratti nordici, fisionomie palesemente europee nascosti sotto mascheroni scurissimi che spesso finivano per rendere il personaggio involontariamente ridicolo, terribilmente simile a una versione lirica del padre di Pippi Calzelunghe, il celebre “re dei negri” dei vecchi libri per ragazzi. Mancavano soltanto la sveglia al collo e l’anello al naso per completare la macchietta.È comprensibile quindi che molti registi contemporanei preferiscano evitare simili effetti. Tuttavia il punto non può essere semplicemente cancellare il problema. Perché se Otello diventa bianco, e se Aida – principessa etiope – viene rappresentata come una donna europea senza alcun segno della sua origine, il rischio è che la soluzione si riduca a un semplice omaggio al politically correct senza produrre alcuna autentica riflessione sul razzismo, piuttosto il contrario. Paradossalmente si finisce per eliminare proprio ciò che l’Opera racconta. Lo stesso equivoco emerge in un altro celebre caso verdiano. Nel primo atto di “Un ballo in maschera” il giudice definisce Ulrica come appartenente all“immondo sangue dei negri”. La frase oggi può urtare molte sensibilità, ma eliminarla significherebbe fraintendere completamente il senso del testo.

PARADOSSO
Riccardo Muti lo spiegò molto bene quando impose di mantenerla integralmente. Non è Verdi a essere razzista ma è il giudice di Boston, che esprime il pregiudizio del suo tempo. Conservare quella frase significa mostrare il razzismo storico, denunciarlo, renderlo visibile. Sopprimerla rischia invece di nasconderlo. È il paradosso di molte riletture contemporanee: nel tentativo di correggere il passato si finisce talvolta per renderlo incomprensibile. Forse la vera domanda non è se Otello debba essere nero o bianco ma piuttosto come rappresentare oggi la diversità senza cadere né nella caricatura del blackface né nella cancellazione totale del problema. Resta dunque aperta una questione che il teatro contemporaneo non può eludere: come conciliare verità storica, credibilità scenica e sensibilità moderna senza sacrificare nessuna delle tre.

tag

Ti potrebbero interessare

Ashgabat, la città di marmo dove sembra non viva nessuno

Candida. Abbacinante. Deserta. Una parata scenografica di giardini fioriti, viali interminabili, marmo immacolato, in gr...
Paolo Bianchi

Altro che sdolcinati o romantici, questi romance sono molto hot

C'è una domanda che il mondo dell’’editoria, della scuola e delle famiglie non può pi&ugra...
Jessica Chiti

Una passeggiata poetica nella Milano dai mille versi

E' vero, come recita l’introduzione di Milano. Porto di mare. La poesia e È la città a cura di L...
Maurizio Zottarelli

Le bugie della sinistra e il nuovo sogno che meritano gli italiani

La sinistra si rallegra per l’immigrazione di massa e vorrebbe cittadinanza più facile e Ius soli perch&eac...
Antonio Socci