Dopo tante vittime intellettuali, la cultura woke ha ora la responsabilità morale anche di una vittima reale. Perché, comunque la si giudichi, la vicenda che ha come protagonista il sociologo britannico Jason Arday, conclusasi con il probabile suicidio del più giovane professore nero di Cambridge, nasce in quel clima avvelenato che ha portato negli ultimi anni a contestare le basi meritocratiche su cui si sono da sempre fondate le università di eccellenza del mondo anglosassone.
A ben vedere, infatti, sia la tesi di coloro che accusano di razzismo chi ha smascherato l’inconsistenza e soprattutto le falsità con cui il docente aveva costruito il suo curriculum, suicidatosi perciò per la vergogna, sia quella di coloro che hanno insistito per gli ingiusti benefici da lui ottenuti in ottemperanza ai dogmi del politicamente corretto, convergono in un dato di fatto: le suddette università hanno da tempo abbandonato la via maestra dell’uguaglianza liberale in nome dei principi astratti e mal definiti della diversità, dell’eguaglianza e dell’inclusione. In tal modo, elementi da sempre considerati del tutto estrinseci per la progressione in carriera e i riconoscimenti accademici, come quelli che costituiscono la personalità o il vissuto dei singoli docenti, sono passati in primo piano, vuoi per moda o conformismo vuoi perché funzionali a interessi economici e finanziari di enorme portata.
Nel deserto spirituale e nella decadenza reale in cui le università sono piombate, la morte di Arday sembra però avere avuto un effetto importante: per la prima volta sui media inglesi, ed anche nelle classi dirigenti, e fra gli stessi politici, si è aperto un dibattito. E non manca chi, come l’editorialista del Sunday Times Matthew Syed, fa autocritica per avere salutato con entusiasmo quella che, lungi dall’essere stata una rivoluzione, ha oggi tutto il sapore di una involuzione che ha chiuso la mente ai più: Arday, per il noto commentatore, «è stato tradito dal sistema, e da me». Anche coloro che mai avrebbero messo in dubbio, poco importa se per convinzione o interesse, il “pensiero unico” wokista, a cominciare dal primo ministro Burnham, oggi invocano una pausa di riflessione e un’analisi dello stato dell’arte accademico e scientifico del Paese. È veramente doloroso, e moralmente inaccettabile, constatare che per giungere a questo risultato sia dovuto scapparci il morto.