Altro che Odissea. La vera battaglia epica dell’estate è quella del risiko bancario. Si dice che i duri scendano in campo solo quando il gioco si fa duro. Beh, sembra che il momento sia arrivato. Da una parte Luigi Lovaglio, il manager che non contento di aver resuscitato una banca praticamente fallita si è messo in testa di conquistare Mediobanca.
Una barzelletta, finché non ha portato a casa l’operazione. Poi, in maniera altrettanto rocambolesca, dopo essere stato messo alla porta è riuscito pure a riconquistare la tolda di comando di Siena. Dall’altra Carlo Messina, banchiere di lungo corso al vertice del più grande istituto italiano, una portaerei che guida con la calma e la pazienza di chi è sicuro della sua forza e della sua perizia. Raramente si getta nell’agone. Ma quando lo fa, come nel caso della scalata a Mps, non accetta piani B. L’operazione andrà in porto a «tutti i costi», ha detto qualche tempo fa, ripescando il “whatever it takes” di Draghi, tanto per sgombrare il campo dai dubbi.
La sfida è stata lanciata ieri pomeriggio dopo oltre sette ore di confronto. Il cda di Mps ha dato il via libera a una doppia offerta per rilevare Banco Bpm e Banca Generali (che oggi terrà un cda straordinario) nel tentativo di resistere, con un progetto industriale alternativo, all'opas da 30,6 miliardi messa in campo da Intesa Sanpaolo, che punta a conquistare Mediobanca, la quota del 13,3% nelle Generali e metà della rete del Monte, cedendone l'altra metà a Unipol. Il piano orchestrato dall'ad Lovaglio, assistito da Ubs, Bofa, Vitale e Kbw, è stato approvato con il sostegno di nove consiglieri, tutti quelli della maggioranza più Corrado Passera, e l'astensione dei restanti amministratori di minoranza (Paolo Boccardelli, Nicola Maione, Paola De Martini e Antonella Centra), che da tempo lamentano lo scarso coinvolgimento del cda nelle decisioni strategiche.
La doppia offerta, che sarà accompagnata da un dividendo straordinario, verrà fatta in entrambi i casi con azioni Mps. Con il corollario, tutt'altro che secondario, di riportare le Generali nell'azionariato di Siena con una quota di circa il 10% del capitale. L'ingresso in forze del Leone, che si diluirà in caso di fusione con Bpm, potrebbe costituire la base su cui edificare una partnership industriale nella bancassicurazione, anche alla luce del fatto che a fine 2027 scadrà la jv tra il Monte e Axa. Il piano di Lovaglio creerebbe un gruppo con una capitalizzazione aggregata, agli attuali valori di Borsa, di circa 70 miliardi: nascerebbe il terzo polo bancario, forte di una rete di oltre 2.600 sportelli, di una gamma completa di fabbriche prodotto, di una solida presenza nell'investment banking, nel private banking e nel risparmio gestito, grazie alla combinazione di Banca Generali e Mediobanca nel wealth management.
La strada, però, non è proprio in discesa. E le difficoltà non riguardano solo l’esperienza e la tenacia dell’ad di Intesa, Messina. Al di là delle divisioni in cda, che il banchiere lucano potrà superare a colpi di maggioranza, servirà il sostegno dell'assemblea (che si terrà il 29 ottobre), dove la passivity rule impone di passare. Qui serviranno i due terzi dei voti, un obiettivo impegnativo alla luce della scarsa sintonia della compagine sociale, con i due big, Delfin e Caltagirone, che si sono schierati su fronti opposti in occasione del rinnovo del consiglio, lo scorso aprile.
Allo scopo di incentivare le adesioni Mps proporrà un dividendo straordinario, sulla falsariga di quanto fatto da Intesa, che ha previsto una componente cash di 1 euro ad azione nella sua offerta. Per quanto riguarda Bpm, occorrerà strappare con adeguate contropartite il consenso del Credit Agricole, la cui freddezza verso un'integrazione con il Monte ha contribuito al naufragio dei tentativi di fusione alla pari.
Resta poi da vedere la reazione di un colosso come Intesa, fermamente convinta della validità della sua offerta, e capire se esistono margini per soluzioni di compromesso o se invece la partita si giocherà sul mercato. Mercato che la politica promette di rispettare, anche se gli ultimi giorni hanno regalato a Lovaglio, difensore dell'”integrità” del Monte, la sponda della premier Giorgia Meloni e del Pd, in linea con quello bipartisan degli enti senesi e toscani. Una posizione che non sembra dispiacere neanche a Giancarlo Giorgetti e al vicepremier Matteo Salvini: «Bisogna rispettare la storia e l’autonomia della banca». Difficile dire come finirà. Di sicuro, come ha detto l’ex direttore centrale di Bankitalia Angelo De Mattia: «Un'operazione del genere nel panorama bancario non è mai avvenuta. Fa tremare le vene ai polsi».