Ci siamo, è iniziato l’iter per decidere la manovra finanziaria, la quinta e ultima di questo governo. Tradotto dal burocratese si tratta di decidere se, chi e quanti italiani beneficeranno di nuovi vantaggi fiscali. Premessa: in merito il governo da quando si è insediato ha già fatto molto, certamente tutto quello che era possibile date le condizioni di partenza (conti sfasciati) e gli accidenti di percorso indipendenti dalla sua volontà (guerre, crisi energetica, dazi e via dicendo).
Basta? No, serve un ultimo sforzo, quello promesso e quindi legittimamente atteso dagli italiani che hanno avuto e continuano avere fiducia in questa maggioranza. La parola magica è “ceto medio”, il più tartassato e il meno aiutato, lo strumento che era stato individuato e annunciato era il taglio dell’aliquota Irpef, cioè alzare lo scaglione del 33 per cento fino ai redditi di sessantamila euro (oggi è a cinquanta). Usiamo il verbo al passato perché pare che oggi la cosa non sia più così sicura, non tanto per la mancanza di coperture ma perché riguarderebbe una platea troppo piccola (circa tre milioni di persone) per avere un effetto booster sulle elezioni.
Meglio – dicono i retroscena di palazzo – cercare soluzioni con effetti più ampi. Non sono un tecnico ma non vorrei che alla fine per non accontentare “solo” tre milioni di italiani si finisse per scontentarli tutti distribuendo piccoli sgravi qui e là con effetti negativi sia per le tasche che nelle urne. Tasche e urne sono un binomio indissolubile se si vogliono vincere le elezioni, non dubitiamo che ciò sia ben presente a chi ci sta governando. Ma mi raccomando, niente scherzi perché come si usa dire “ogni promessa è debito”.