La geopolitica non riesce, o non vuole, trovare il bandolo della matassa e lo scenario tende a peggiorare sempre più verso indirizzi preoccupanti che possono mettere tutti contro tutti, o meglio Europa contro Usa. Usa contro tutti ma, con riguardi per Xi Jinping, e ancora l’Europa, unica area basata a stragrande maggioranza democratica, e quindi soggetta alla volontà degli elettori, in posizioni contrastate non solo tra gli Stati aderenti, ma anche tra le singole forze-posizioni politiche in molti di loro. Nonostante il quadro delineato, l’Ocse ha modificato a settembre le prospettive economiche del Pil per il 2025: +3,4%, per 2026, +2,9% e per il 2027 al +3%.
Una situazione che mantiene la crescita globale che è dovuta agli investimenti sostenuti per l’IA e la forte produzione tecnologica, sebbene con differenze tra le varie aree. Negli States il Pil è stimato al +2,2% nel 2026 e al +2,1% nel 2027. Parimenti, però, si stanno manifestando componenti di rallentamento che sfociano in rischi, tra i quali è preponderante una marginalità anti-crisi in esaurimento, il cui primo responsabile sono i fattori d’incertezza geopolitica, tra i quali spiccano il conflitto in Medio Oriente e quello in Ucraina, entrambi destinati ad evolversi anziché spegnersi, una condizione che determina l’instabilità dei mercati energetici e che, a sua volta, funziona da detonatore dell’inflazione, in continua fase espansiva a cui si associano possibili variazioni nelle politiche commerciali e sui dazi. Per l’Italia, l’Ocse ha rivisto al rialzo la stima di crescita del Pil portandola allo 0,9% nel 2026, confermando però lo 0,6% nel 2027, per il quale c’è il traino dei consumi e dagli investimenti del Pnrr.
L’inflazione stimata è del 3% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, percentuali che ad oggi sembrerebbero sottostimate o comunque ottimistiche. La crescita del 2026 è sostenuta principalmente dai consumi e dagli investimenti legati al Pnrr. Pur essendo tutto in chiaroscuro si intravede un barlume di azzurro, pur in un cielo molto nuvoloso, importante è disporre del vento che allontana le nubi o almeno le rende meno impetuose. Da dove cominciare per l’Italia ma anche per l’Europa, è presto detto: l’autonomia energetica, puntare e investire su un mix di fonti (carbone compreso) fino a quando da noi ci sia almeno per un terzo la fonte nucleare, certo di ultima generazione, facendolo senza sí e senza ma. È impellente affrontare il problema in via comunitaria, trovare le risorse, ma anche stabilire i tempi e intanto lavorare per un complesso di fattori che consentano di ridurre fin da subito il costo dell’energia per il sistema industriale e le famiglie.
La deindustrializzazione, in corso ormai da inizio secolo, ha nel costo dell’energia una delle componenti più rilevanti, ridurlo è sostanziale. Il secondo capitolo irrinunciabile è quello dei trasporti merci, che viaggiano ancora troppo su gomma. Allargare la cerchia sull’intero territorio nazionale dell’attrattività turistica, terza fonte del Pil, dopo export e produzione industriale, ma sempre più prima fonte per occupazione, seppur con salari da aumentare ben più che nell’industria. Questi 2 capitoli devono essere al vertice dell’agenda Italia, serve dare impulso ad entrambi per puntare a una crescita del Pil stabile e duratura. Un Pil che sia almeno tra 1,5 e 2 punti, l’anno.




