Il coro della stampa mainstream è unanime: dal 2027 le pensioni saranno più basse. Si parla di tagli, di scippi, di proiezioni penalizzanti sui prossimi anni e chi più ne ha più ne metta. Il tutto basato su uno studio della Cgil che prende in considerazione la sforbiciata ai coefficienti di trasformazione per il prossimo biennio. Chiariamo un primo punto che in questi giorni è stato frainteso: quando si parla di assegni "più bassi" a partire dal prossimo anno si intendono i ratei di chi andrà in pensione nel 2027. Nessun trattamento previdenziale già in essere subirà tagli. Ma è qui che sta la grande balla che la sinistra prova a raccontare: nemmeno chi lascerà il lavoro nel 2027 dovrà fare i conti con penalizzazioni sull'importo. E il motivo ve lo spieghiamo. Il Ministero del Lavoro ha comunicato i nuovi valori dei coefficienti di rivalutazione per l'anno che verrà. Il montante dei contributi versati verrà rivalutato del 6,33 per cento. Un effetto perequativo fondamentale perché va a compensare in modo integrale gli effetti negativi sul rateo dovuti, appunto, ai nuovi coefficienti di trasformazione. Risultato? Chi va in pensione nel 2027 non subirà alcun taglio sull'assegno. Come previsto da tempo dalla riforma Dini, per il calcolo della pensione è tassativo applicare i coefficienti al montante contributivo.
Ma l'operazione deve avvenire con una adeguata rivalutazione il costo della vita per preservare il potere d'acquisto. E per capire questo dato bisogna fare riferimento al 31 dicembre 2025. È questa la data che determina il valore della pensione erogata nel 2027. E proprio qualche giorno fa è arrivato il tasso di rivalutazione fissato al 6,33 per cento contro il precedente 4,04 per cento. Il calcolo è presto fatto: un montante contributivo di 200.000 euro sale a 212.660 nel 2027 con una immediata variazione sull'assegno. La rivalutazione del montante riguarda i dipendenti e gli autonomi iscritti per la prima volta a una gestione previdenziale dopo il 1° gennaio 1996, chi ha meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, per la quota calcolata con il metodo contributivo e gli iscritti alla Gestione Separata INPS e dei liberi professionisti appartenenti alle Casse con sistemi contributivi puri. Va ricordato poi che la rivalutazione avviene in modo totalmente automatico, dunque ogni singolo lavoratore non deve fare alcuna richiesta. Ma le "soprese" per i pensionati non finiscono qui. Infatti anche a fine anno alcuni assegni avranno una variazione in positivo dell'importo. Oltre alla tredicesima nel cedolino di dicembre ci sarà anche un importo aggiuntivo fino a 154,94 euro. Questo "surplus" è stato introdotto a partire dal 2001 con la Legge finanziaria n.388 del 2000. Ma occhio, non tutti ne hanno diritto. Il primo requisito riguarda l’importo annuo complessivo delle pensioni, da confrontare con il trattamento minimo INPS.
Per l’anno 2026 questo è fissato a 7.954,05 euro, pari a 611,85 euro per tredici mensilità. L'erogazione del bonus scatta quando sommando le pensioni percepite, non si supera tale soglia. Attenzione, infine, agli importi rivalutati per chi è già in pensione che potrebbero scattare da gennaio 2027. Con un tasso al 2,9 per cento, un assegno di 1.000 euro aumenterà di 29,00 euro al mese, uno da 2.000 euro avrà un incremento di 58,00 euro al mese, mentre un rateo da 2.500 euro riceverà la rivalutazione per un totale di circa 72,34 euro in più al mese. Per quanto riguarda gli assegni più alti, un trattamento da 3.000 euro avrà un incremento di 85,40 euro, uno da 4.000 lo avrà di 107,40 euro al mese. I più fortunati, coloro che incassano assegni che superano i 5.000 euro su base mensile, avranno un aumento di circa 129,15 euro già dai primi mesi del nuovo anno.