L'editoriale

Con la condanna di Silvio rischiamo fughe all'estero

Nicoletta Orlandi Posti

L’associazione degli artigiani prevede che entro fine anno i disoccupati raggiungano la cifra record di 3 milioni e mezzo. Tuttavia la notizia non sembra destare apprensione in nessuno degli osservatori. Non sui giornali, che infatti relegano l’allarme nelle retrovie dei siti online. Non fra i politici, i quali o sono in vacanza a riposarsi per il superlavoro patito negli ultimi mesi oppure si occupano di Berlusconi. A ferragosto più che delle sorti di chi ha perso il posto e fatica a trovarne un altro, i nostri onorevoli infatti si sono presi a cuore il problema del Cavaliere, il quale rischia di finire fra poche settimane, se non in gattabuia, per lo meno al fresco di una delle sue residenze, impossibilitato a seguire e a guidare il principale partito italiano. Per Massimo D’Alema il leader del centrodestra potrebbe continuare a essere tale anche fuori dal Parlamento e perfino ristretto ai domiciliari e per giustificare la sua tesi prende a prestito l’esempio di Grillo, che guida i pentastellati dalla villa di Genova. Anche altri si sono spinti a dire che in fondo non ci sarebbe nulla di grave se Berlusconi decadesse da senatore e si rassegnasse alla sua condizione di condannato. In fondo, par di capire, ad Arcore e dintorni non si sta tanto male e il Cavaliere potrebbe anche spassarsela, con il vantaggio di non avere intorno la solita corte di colombe, falchi e questuanti. Certo, sapevamo da principio che una leadership non si abolisce per decreto e neppure con una sentenza. Berlusconi resta Berlusconi anche se la Corte di Cassazione lo condanna ad andare in carcere. Anzi. Forse, a dispetto dei giudici, la sentenza ne conferma e ne rafforza la leadership. E dunque nonostante che un provvedimento giudiziario lo cacci dal Parlamento e nonostante   che un voto di piddini e grillini si affretti a dare esecuzione alla decisione  della magistratura, il Cavaliere resta in campo, con buona pace di D’Alema e compagni. Né allarma l’espiazione della pena, che di sicuro non avverrebbe allo Spielberg, ma al massimo - esclusa Arcore e altre ville perché esterne alla giurisdizione del Tribunale milanese - in un appartamento con ogni genere di comfort. Per quanto ci riguarda, il tema non è se Berlusconi riesca a guidare Forza Italia anche non essendo più parlamentare o se le sue condizioni di «detenuto» in casa gli consentano di avere un’agibilità politica. Il nodo per noi resta quello di un leader che per venti anni è stato oggetto di ogni tipo di attenzione da parte delle procure e che per un provvedimento dell’autorità giudiziaria è costretto a uscire di scena, limitando la propria attività. La questione rimane questa. In Italia il capo della principale formazione politica è stato inseguito con ostinazione e alla fine affondato, o per lo meno fortemente danneggiato. La faccenda per noi dunque era e resta politica, non giudiziaria e neppure un mero calcolo parlamentare, fatto di numeri e maggioranze.  È una democrazia quella in cui un uomo politico è fatto fuori in questo modo? È un paese dove ancora si può restare a lavorare, crescere i propri figli, conquistare il successo ed eventualmente difendere le proprie idee, quello in cui un leader forte e in grado di sostenersi con molti mezzi, non ultimi quelli economici, è costretto alla resa da una misura della magistratura? Sono le domande che ci sentiamo rivolgere in questi giorni dalle persone che incontriamo e che si dicono allarmate dalla situazione. Sono questi i dubbi che si pongono gli italiani, soprattutto quelli che incontriamo durante un viaggio all’estero.  Possibile che le forze politiche non se ne rendano conto? Possibile che uomini scaltri e navigati come Massimo D’Alema non lo capiscano? Incredibile che non lo comprenda un uomo di esperienza come Giorgio Napolitano. Al momento, mentre la disoccupazione potrebbe arrivare a superare i 3 milioni e mezzo, non è la vicenda umana, personale, di Silvio Berlusconi che dovrebbe preoccupare e far discutere i politici, ma lo scoramento e il timore della classe media e della classe dirigente, la quale non è allarmata in sé per il Cavaliere, ma per quello che la sua condanna significa in termini di violazione della democrazia e della libertà di esercitare un’attività e di rappresentare le proprie idee. Se gran parte delle persone che incontriamo immaginano per loro e per i propri figli un futuro fuori dall’Italia, perché non hanno più fiducia nella classe politica e nelle istituzioni, forse qualche riflessione servirebbe. Il caso Berlusconi è grave, ma del malessere di un paese è solo il campanello d’allarme, la spia luminosa che segnala che qualcosa non va e sta per succedere una svolta molto grave. Su questo D’Alema e altri dovrebbero concentrarsi nelle loro vacanze estive. altro che preoccuparsi di dare il benservito a Berlusconi. di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet