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Coronavirus e aviaria, la Cina riapre dopo 5 anni agli Usa un mercato da 40 miliardi: complottisti scatenati

Gabriele Galluccio
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Dopo il coronavirus, la Cina è alle prese anche con l'influenza aviaria. L'epidemia è scoppiata a inizio febbraio nella provincia di Hunan, nel centro del Paese: in un'azienda del distretto di Shaoyang sono morti 4500 polli su 7580 a causa dell'influenza. In tutto il distretto sarebbero stati trovati sintomi in oltre 17mila esemplari. La Cina ha deciso di correre ai ripari revocando il divieto di importare pollame vivo dagli Stati Uniti: l'annuncio ufficiale è arrivato dal ministro dell'Agricoltura, che ha riaperto dopo 5 anni un mercato che per gli americani valeva quasi 40 miliardi di dollari. Per approfondire leggi anche: Quando tornano gli italiani della nave da contagio Inserendo milioni di polli sani negli allevamenti, Pechino spera così di contrastare l'emergenza aviaria. Un'altra brutta grana che alimenta il sospetto di molti cinesi e complottisti ad ogni latitudine, che già credono che il coronavirus sia venuto da un laboratorio americano. Una teoria di complotto senza alcun fondamento, ma in un periodo in cui il Paese è dilaniato dal terrore è difficile convincere i cittadini. Soprattutto alla luce della nuova misura contro l'influenza aviaria che arricchisce gli Stati Uniti e fa il paio con la rimozione del divieto di importare prodotti congelati dagli Usa, arrivata tre mesi fa.

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