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La storia russa insegna perché Putin non arretra sul fronte dell’Ucraina

Di quanto sta accadendo a Kiev possono stupirsi solo certe anime belle: al Cremlino sanno che con la forza si ottiene tutto
di Marco Patricelli venerdì 29 agosto 2025

3' di lettura

Aspettarsi dal signore della guerra Vladimir Putin con il ramoscello d’ulivo dopo aver avuto riscontro della volubilità di Donald Trump con i suoi penultimatum e della totale inconsistenza e impotenza dell’Europa sullo scenario internazionale, significa non aver capito nulla del personaggio e del suo imprinting sovietico da agente del Kgb.

La Russia picchia duro sull’Ucraina, bombarda i civili e li usa come leva per rovesciare l’arcinemico Volodymyr Zelensky senza sporcarsi le mani almeno in questo.
La guerra è ai titoli di coda, e il sipario che si è alzato il 24 febbraio 2022 era su una trama piatta e scontata come l’epilogo. L’unico elemento fuori copione è che il Cremlino pensava che bastasse mostrare i muscoli per fare dell’Ucraina una specie di Bielorussia eterodiretta con un nuovo presidente fantoccio. Basta conoscere un pizzico di storia dell’Ucraina nel ’900 per aver ben chiaro il disegno di Putin che è quello di Stalin ereditato dagli zar. La “terra di confine” – questo il significato della parola Ucraina – a Mosca è considerata frontiera occidentale della Russia, e se proprio non può e non vuole stare tutta dentro i suoi confini, allora va bene pure un bel pezzo (il più ricco, e la cui annessione trasforma il Mar d’Azov in un lago russo) neutralizzando il resto.

Quanto poi alle motivazioni della guerra che è vietato per legge chiamare così, beh, è dai tempi di Fedro che il lupo ha bisogno solo di una scusa per azzannare l’agnello. Le anime pie e gli analisti della domenica dovrebbero ben ricordarlo. Estirpare il nazismo era peraltro lo stesso pretesto con cui l’Urss condusse una guerra senza quartiere dal 1945 al 1956 contro i Fratelli della foresta di Estonia, Lettonia e Lituania che non volevano tornare sotto dominio sovietico, e contro i partigiani ucraini antisovietici dell’Upa, combattuti con metodi nazisti e annientati nel 1954 dopo aver deportato almeno mezzo milione di persone nei gulag.

Che Putin stia colpendo la popolazione civile con i raid aerei mentre mezzo mondo spinge per il cessate il fuoco e le trattative, non può stupire nessuno, se non le stesse anime belle della messa domenicale nei salotti mediatici col salmo dell’inesistente pace giusta. Altro che ipocrisie e proclami etici: il fronte interno è un fronte nevralgico da tempo, ed è stato il principio ispiratore della guerra aerea nel secondo conflitto mondiale. Con l’Italia funzionò alla grande, con il Terzo Reich no e allora arrivarono le macellerie studiate a tavolino di Dresda e Amburgo, e i martellamenti giorno e notte su Berlino.

L’Unione Sovietica di Stalin spianò via terra quello che restava della capitale di Hitler, per tacere delle centinaia di migliaia di donne tedesche stuprate dai soldati dell’Armata Rossa col diritto del vincitore («Vieni, donna, vieni», e per cosa era chiaro) e dell’applicazione sul campo dell’orrore dei versi trasudanti odio e vendetta di Il’ja Ehrenburg. Mentre per spezzare il vortice di sangue a Gaza basterebbe che Hamas liberasse gli ostaggi israeliani vivi e morti, ma non lo fa preferendo i ben più proficui frutti della guerra mediatica che ha fatto breccia nel ventre molle dell’opinione pubblica occidentale oltre ogni speranza, in Ucraina il dittatore del Cremlino ha capito che con la forza si ottiene tutto.

Di scuola sovietica è anche la noncuranza sulle perdite di vite umane: né le proprie né quelle altrui. Tanto in occidente si sfila con le bandiere della Palestina, che non esiste, mentre quelle gialloazzurre dell’Ucraina, che rischia di non esistere più, sono già riposte in un cassetto.

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