Il viaggio del presidente indiano Modi a Shanghai, in occasione del vertice dell’omonima Organizzazione per la Cooperazione di cui fa parte tra gli altri, oltre all’India e alla Cina, anche la Russia, non cambierà le sorti della trattativa, tuttora in corso, tra Delhi e Washington sui dazi.
Trump ha appena deciso di rifilare all’India tariffe del 50%, ripartite in due parti, la prima una secondo una logica strettamente commerciale e l’altra in prospettiva punitiva per l’acquisto del petrolio russo sotto sanzioni. Ma si tratta solo di un passaggio in un lungo tira e molla che dura da febbraio perché alla fine converrà arrivare a un accordo, una via di mezzo che sia più conveniente alle esigenze di entrambi. Così come è convenuto a entrambi tirarla per le lunghe, specie al presidente indiano che non vuole mostrare cedimenti in particolare di fronte alle proteste interne del settore agricolo e lattiero-caseario. Anche il viaggio in Cina, nel cuore pulsante del vicino più problematico, è in un certo senso un passaggio della discussione, perché arriva con una tempistica perfetta, giusto appena dopo la decisione di Trump sulle tariffe e nel bel mezzo dei difficili preliminari tra Russia e Stati Uniti per dare il via alla trattativa sulla pace in Ucraina.
Il vertice di Shanghai con la sua visione di alternativa planetaria si presenta in pratica come catalizzatore di entrambe le questioni e non solo di quelle, offrendo una soluzione globalizzata che dovrebbe suonare come un enorme campanello d’allarme per Washington e l’intero Occidente. L’idea è quella più ambiziosa del nuovo ordine globale di cui la Cina dovrebbe essere il punto di riferimento. «Il grande sud globale non è più la maggioranza silenziosa», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi utilizzando una terminologia cara alla narrativa comunista. Ma nel «grande sud globale» c’è di tutto, c’è anche il grande nord rappresentato dalla Russia di Putin e dal suo vassallo Lukashenko, c’è l’India con il suo miliardo e mezzo di abitanti, c’è il Pakistan musulmano nemico della stessa India, e perfino l’Iran degli ayatollah. Il «grande sud globale» include l’organizzazione che si incontra a Shanghai ma anche i Brics, quindi anche il Brasile, il Sud Africa, l’Egitto e gli Emirati, in una visione apertamente alternativa in cui non c’è più una nazione guida e una sola moneta a regolare i mercati. Non esiste più un terzo mondo che produce e un Occidente che consuma, non esistono più i buoni e i cattivi decisi secondo standard democratici occidentali.
Questo nella teoria e nella propaganda, ma nella realtà in tale visione è la Cina che punta a soppiantare gli Stati Uniti, lo yuan che vuole scalzare il dollaro, Xi e Putin che decidono che cosa sia giusto e cosa sia sbagliato a seconda delle convenienze interne. L’India di Modi in tutto questo tiene astutamente il cosiddetto piede in due scarpe. Fa parte sì dell’Organizzazione di Shangai e dei Brics, ma allo stesso tempo mantiene come partner commerciali principali gli Stati Uniti e l’Europa. Compra il petrolio alla Russia aggirando le sanzioni e nel contempo risulta essere il principale fornitore di pietre preziose di Washington. Modi ha aspramente criticato il bullismo tariffario di Trump, ma mai e poi mai vorrebbe diventare una specie di vassallo di Xi Jinping. Eppure la riapertura alla Cina gli torna comodo perché prospetta a Washington un futuro prossimo, e per certi versi già presente, in cui dazi e sanzioni non funzionano più.